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| Gli antichi ''Vagli'' di Sambiase |
Origini e significati dei "Vagli" nel centro storico di Sambiase (A)
di Ferdinando T.M. Vescio di Martirano
Il vaglio ('u vagliu), altro non è che l'ingresso, ad arco in muratura o in pietra (portale), che interrompe la continuità del tessuto murario di un fabbricato, così che da questo ingresso (vaglio), senza porta o cancello dalla strada dà in un cortile interno pubblico, o a uno spazio o un orto. Per certi novelli cultori e ricercatori dell'antico, il vaglio resta un mistero, una geniale invenzione architettonica popolare, mentre invece in realtà è un banale espediente.
Infatti tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento alcune nobili famiglie persero il loro prestigio e conseguentemente non venne più rispettato il maggiorasco;(1) i matrimoni non avvennero più tra pari anzi si riconobbero addirittura (secondo la mentalità del tempo) i figli illegittimi o naturali avuti da donne di servizio allora dette serve. Così facendo, divenne naturale ed ineluttabile la disgregazione della famiglia nobile e con essa il patrimonio ed il palazzo avito - simbolo tangibile della potenza della casata - viene frantumato in tante unità abitative.
Così hanno origine i due vagli ricadenti su via Cavour, quello dei Fiore-Melacrinis.
e quello dei Fiore-Serra - detto anche u vagliu di Mazzìu ora di Ciarri (poiché una Mazzei sposò un Cerra)Tutte e due i vagli originariamente erano i portali d'ingresso dei Palazzi Fiore-Melacrinis e Fiore-Serra, ai quali - con il frazionamento del fabbricato e la vendita anche ad estranei delle varie unità abitative - furono tolti i portoni d'ingresso.
 Anche su via Ferrucci, i due vagli esistenti hanno la stessa origine di quella di via Cavour, dato che erano gl'ingressi del Palazzo Fiore di Cropani. Anche qui, una volta effettuato il frazionamento del palazzo ai portali d'ingresso furono tolti i portoni di legno.
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| Lo sciopero del 1957 a Sambiase |

Lo sciopero delle "carrette" a Sambiase
attraverso
degli scritti ed una inedita Interpellanza Parlamentare
A cura di G.Ruberto - webmster del sito
Il 13 ed il 14 aprile 2007 ricorreva il cinquantesimo dello
"sciopero delle carrette", la "rivolta" contadina nei comuni di Sambiase e Nicastro (Cz) del 1957 rimasto negli annali
della cronaca come senza precedenti.
Attraverso degli scritti(1) ed
un inedita Interpellanza Parlamentare della cittadinanza di Sambiase riproponiamo quell'avvenimento non mancando
di evidenziare aspetti critici....
Diciamo subito che la cronaca di quell'evento fu caratterizzata inizialmente
dai contadini della frazione Bella di Nicastro " in conseguenza
del divieto della legge di trasportare sui propri veicoli (sciarrette) altre
persone a carico elevando continuamente contravvenzioni ai trasgressori della
norma stradale", e successivamente dai contadini di Sambiase.
Nella foto le carrette dei contadini
del comitato nicastrese sul corso Numistrano di Nicastro (foto Mimmo Rochira)
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| Giovanni Paolo II in visita al Santuario di Paola |

A cura della redazione del sito web sambiase.
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La redazione
di www.sambiase.com in occasione del cinquecentenario dalla morte
di S.Francesco di Paola vi propone i
pronunciamenti integrali di Papa Giovanni Paolo II° alla comunità
dell'Ordine dei Minimi in occasione della suo viaggio in Calabria dal 5
al 7 ottobre 1984 (1)
-

RECITA DEL ROSARIO NELLA BASILICA DI SAN FRANCESCO
DI PAOLA
Paola,6 ottobre 1984
Affido la Calabria al Cuore Immacolato di Maria
Carissimi fratelli e sorelle!
In questa sera del primo sabato di ottobre, mese dedicato dalla pietà
cristiana, in modo speciale, alla Madonna del Rosario, reciterò qui a
Paola, nel corso del mio pellegrinaggio pastorale nella Regione calabra, la
preghiera mariana così cara al popolo cristiano. Invito tutti coloro,
che in questo momento mi stanno ascoltando, ad unirsi con me in questa orazione
"così semplice e così ricca", nella quale siamo spronati
a meditare i principali episodi del Mistero della salvezza compiuto in Cristo:
la sua natività ed infanzia; la sua passione e morte; la sua risurrezione
ed ascensione; la discesa dello Spirito Santo sulla Chiesa nascente e la glorificazione
della sua purissima e dilettissima Madre.
Il 29 ottobre 1978, pochi giorni dopo la mia elezione al supremo Pontificato,
così esortavo i fedeli riuniti in Piazza San Pietro: "Il Rosario
è la mia preghiera prediletta. Preghiera meravigliosa! Meravigliosa nella
sua semplicità e nella sua profondità. In questa preghiera ripetiamo
molte volte le parole che la Vergine Maria udì dall'Arcangelo, e dalla
sua parente Elisabetta. A queste parole si associa tutta la Chiesa. Si può
dire che il Rosario è, in un certo modo, un commento-preghiera all'ultimo
capitolo della costituzione Lumen gentium del Vaticano II, capitolo che tratta
della mirabile presenza della Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa"
(Insegnamenti, 1 [1978], 75s.). Domani ci uniremo spiritualmente anche alla
Supplica alla Madonna di Pompei e diffusa in tutta la Chiesa dal Beato Bartolo
Longo, che coltivò una tenera e profonda devozione alla Vergine Madre
di Dio. A lei, al suo Cuore Immacolato, affido voi, i vostri cari, la Calabria,
l'Italia, la Chiesa, l'umanità tutta, perché fioriscano la giustizia
e la pace.
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| Siti archeologici nell'aria del Lametino |

A cura dellaredazione del sito web sambiase.
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(1)
In primo piano l'estimo del Golfo di S.Eufemia. Tra i fiumi Amato ( a
dx in basso nella foto) e Savuto (a sx) sono stati rinvenuti i resti di insediamenti
risalenti a varie epoche storiche (La foto a cura di sambiase.com è
stata tratta da Google Earth)
III. Il territorio tra l'Amato
e il Savuto: schede di sito
di Stefania Mancuso (S.M.) -
Armando Taliano Grasso (A.T.G.) (2)
Introduzione di Stefania Mancuso e Armando
Taliano Grasso
Le schede di seguito presentate si riferiscono ai siti archeologici documentati
e presenti nell'area compresa tra i bacini dei fiumi Savuto ed Amato e sono
relative ai territori ricadenti nei comuni di Amantea, Belsito, Cleto, Curinga,
Decollatura, Falerna, Gizzeria, Grimaldi, Lamezia Terme, Maida, Malito, Marzi,
Nocera Terinese, Pianopoli, Platania, Rogliano, San Mango d'Aquino, San Pietro
in Amantea, San Pietro a Maida, Scigliano, Serra Aiello. Esse costituiscono
un commento scritto alla lettura della carta dell'IGM al 100.000 relativa
al territorio in esame e sono il risultato dell'analisi dei dati bibliografici,
cartografici e d'archivio relativi ai siti che hanno evidenziato, nel corso
del tempo, presenze archeologiche dall'età preistorica all'età
altomedievale, nel tentativo di offrire una visione il più possibile
completa ed esaustiva dei ritrovamenti allo stato attuale noti alla letteratura
scientifica. Per il periodo medievale, invece, si è ritenuto opportuno
segnalare soltanto le schede di monumenti e siti inediti individuati durante
le ricognizioni topografiche limitate al territorio montano dell'area in esame.
L'attestazione varia e diversificata della presenza umana nell'area compresa
tra bacini dei fiumi Savuto ed Amato conferma l'importanza di questa porzione
di territorio calabrese, le cui caratteristiche geomorfologiche hanno contribuito
alla determinazione delle scelte insediative nelle diverse età.
L'area oggetto della ricerca, infatti, presenta attestazioni di vita che occupano
un lungo arco cronologico, dal Paleolitico al Medioevo, e che sono in stretta
relazione con la differente conformazione del terreno la quale, in dipendenza
delle esigenze e delle necessità delle diverse tipologie insediative,
ha favorito la nascita e lo sviluppo di insediamenti stabili.
Le schede, identificate da un numero corrispondente a quello riportato sulla
carta archeologica (Tavola I - inclusa nel libro:"Terina e il Lametino nel contesto dell'Italia antica".), contengono l'indicazione del comune di appartenenza
del sito, la denominazione della località con i riferimenti cartografici
dell'IGM al 10.000, una breve descrizione topografica, la segnalazione dei
ritrovamenti, organizzati secondo un ordine cronologico, e la bibliografia.
Una seconda carta (Tavola II - inclusa nel libro: "Terina e il Lametino nel contesto dell'Italia antica".), invece, mostra i ritrovamenti effettuati in
ogni sito, identificando le diverse tipologie con un diverso simbolo e con
un colore differente che ne individua il periodo di appartenenza.
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| A Sambiase le antiche terme romane |
 A cura della redazione del sito web sambiase.
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Le Acque Termali di SAMBIASE (1)
di Enrico
Borrello
Secondo autorevolissimi scrittori moderni le nostre Terme sarebbero da
identificarsi con le "Aquae Angae" degl'Itinerari romani; conosciute, quindi,
fin dal II secolo d.C.
(foto1) L'antica
carta geografica (Tabula peutingeriana) della rete viaria dell'impero romano
(ricopiata in età medievale) lungo la quale si trovano segnate le terme aque
ange. La freccia da noi indica evidenzia la stationes delle Aque Ange identificabili
con l'odierne Terme di Caronte .
La loro fama si estese, naturalmente, al nostro abitato. Il Barrio,
difatti, parlando di Sambiase, ne esalta l'"aqua sulphurea qua multis
medetur malis"; così il Marafioti, il Sacco, l'Adilardi, lo Strafforello, il
quale ultimo ne fa una distinzione analitica minuziosa e ne fa risalire l'uso
ai tempi antichissimi. Chi però ne fa una trattazione particolareggiata è il
Pagano (2).
La riportiamo integralmente, anche perché c'è tutta la storia delle nostre Terme:
"Le sorgenti più considerevoli e più celebrate non che della Calabria Catanzarese,
ma di tutta la Calabria, sono le moltissime sorgenti di S. Biagio, le quali
erano ascritte per l'addietro a Nicastro. Nel secolo XI erano dette le acque
calde del Nocato o di Nicastro. Ci erano bagni dal 1510, di cui parlano i nostri
scrittori patrii dopo Aulo Giano Parrasio, che le sperimentò in quell'anno.
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| La rivoluzione del 1848 a Sambiase |


La bandiera costituzionale
del Regno delle Due Sicilie
1848-1849
L'insurrezione anti-borbonica del 1848 in Calabria
ed il combattimento dell'Angitola
attraverso gli scritti dello storiografo E. Borrello
(1)
Introduzione a cura di Giuseppe Ruberto (webmaster del sito)
Questa ennesima pagina per parlare della rivoluzione calabrese
del 1848 che tanta importanza ebbe nella nostra comunità di Sambiase....
" terra così ferace
di uomini, lungi dall'ombra proteggitrice del materno pioppo, che si son resi,
per altezza d'intelletto o per gagliardia di animo, meritatamente preclari"(2).
Appena in Calabria si sparse la notizia dei fatti di Napoli
del 15 maggio,vari Comitati di salute pubblica sorsero nelle tre provincie calabresi(3)
Attraverso la battaglia dell'Angitola in provincia
di Catanzaro ripercorriamo le vicessitudini di quella eroica insurrezione anti-borbonica
tra le cui fila si distinsero i nostri cospiratori sambiasini (4).
L'insuccesso di quei moti anti-borbonici del 1848 determinò
l'anniettamento di quella che doveva essere la "primavera dei popoli"; ovunque
processati i cospiratori della rivolta presero la via dell'esilio.
Molti morirono di colera nelle carceri, dimenticati dalla memoria popolare e
dalla storiografia ufficiale(5).
Altri vissero in punta di piedi, dopo aver dilapidato
il proprio patrimonio al fine d'immolarsi al santo ideale di patria
e libertà. In quest'ultimo decennio,
grazie ad alcuni validi studiosi e storici locali, sono state messe in luce
le biografie di alcuni questi patrioti risorgimentali i quali , seppur meno
popolari ma non certamente meno importanti, "non devono
essere dimenticati, ma ricordati alle generazioni future accanto agli altri
patrioti risorgimentali di scolastica e libresca memoria".
Resta inteso che questo vale per tutti i patrioti calabresi che non sono mai
assurti alle glorie della storia.
___Più
tardi quella stessa storia dai resoconti rilasciati dai testimoni oculari, si
trae la vergogna per le ingiustizie dei cosidetti eroi nazionali. Essi le hanno
compiute contro gli stessi cittadini di quell'Italia che, a parole, dicevano
di voler costruire e, nella brutalità delle loro azioni(6),saccheggiavano
fin nelle profondità dei suoi valori più cari .
Si ricordano i lager sabaudi di Finestrelle, in
Piemonte, i paesi distrutti e incendiati, tutti gli
ordini religiosi soppressi (7).
Alla luce degli effetti dell'impresa dei Mille lo stesso
Garibaldi scrisse: "... gli oltraggi subiti dalle popolazioni
meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male,
nonostante ciò, non rifarei la via dell'Italia Meridionale, temendo di
essere preso a sassate, essendosi là cagionato lo squallore e suscitato
l'odio".
In seguito si decretò che anche il Sud era Italia, una parte della
patria, ma solo come Questione meridionale.
Per il suo bene supremo, era necessario che si emendasse, che si riscattasse
dalle sue storiche ed etnografiche colpe, ovviamente, servilmente imitando l'Italia
restante. E che dire dei commossi, straziati meridionalisti i quali avevano
condotto defatiganti inchieste accomodanti ai loro "nuovi padroni",
i quali avevano stabilito che tutto il Sud era uno sfasciume pendulo fra due
mari.
Quale fu la regione che portò a questo particolarismo, non modifica
la gravità di una così sconcertante discriminazione, ancora oggi,
purtroppo, operante, nonostante le critiche amare, continue e allarmanti che
a Gobetti
fecero giudicare il Risorgimento “una Rivoluzione fallita”.
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| La battaglia dell'Angitola del 1848 |

A cura della redazione del sito web sambiase.com
L'attacco dell'Angitola
e l'agguato al Nunziante da parte dei sambiasini
(1) 'b
di
E.Borrello
"L'avamposto(1)
dell'Angitola
tenne fermo per più di un'ora, senza ricevere rinforzo
alcuno. L'abate
Bianchi, che, come
si è detto, lo comandava, volendo in quel giorno mettere a profitto la sua
abilità di esimio cacciatore, infoderò la spada e diè di piglio ad un fucile,
col quale non scaricò colpo che non facesse cadere un borbonico.
Ferdinando
Nunziante
I l generale Nunziante vedendo
l'impossibilità di snidare i Calabresi (2)
dalla nicchia che occupavano, ad onta del
tirare furioso delle sue artiglierie, nonché del fuoco di due fregate a vapore
che fulminavano di fianco, comprese che non vi era altro mezzo di portar via
la posizione, che attaccandola alla baionetta. Epperò, ordinati in colonna
parte dei suoi e facendoli montare all'assalto, se ne impadronì, dopo aver
sofferto delle perdite considerevoli. I Calabresi ebbero allora, per la prima
volta, una prova che le milizie napoletane non erano così codarde come sino
a quel tempo avevano sentito comunemente ripetere. I borbonici
superarono un'erta collina, sotto un grandinare di palle, né la vista dei
numerosi morti impedì loro di guadagnare imperterriti delle vette, a cui pervennero
arrampicandosi più che marciando. Nella impossibilità di respingere l'urto
nemico e per la pochezza del loro numero e più di tutto perché armati di fucili
senza baionetta, i militi calabresi, senza perdere nessun uomo, abbandonarono
il posto fino allora difeso e ripiegarono verso il nord, per opporre eguale
resistenza in tutti i punti successivi.
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| Il brigantaggio nelle Calabrie durante l'occupazione francese |

Note essenziali sulle vite dei più famosi capi-briganti
delle Calabrie -(1)
Premessa curata da Giuseppe Ruberto (webmaster del sito)
Per la cronaca, nel decennio tra
il 1805 ed il 1815 a causa dell'occupazione dei territori del Regno delle Due
Sicilie da parte dei Francesi, gli ufficiali di Giuseppe Bonaparte e del Murat
decretarono il massacro di migliaia di innocenti. Scrive Francesco Pappalardo:
(2) “ Con il sistema generalizzato degli arresti in massa
e le esecuzioni sommarie, con la distruzione di casolari e di masserie, con
il divieto di portare viveri e bestiame fuori dai paesi, con la persecuzione
indiscriminata dei civili, si volle colpire "nel mucchio" per disgregare
con il terrore una resistenza che riannodava continuamente le fila. Ovunque
i rivoluzionari,- francesi, o collaborazionisti «italici» - impongono
balzelli, taglieggiano gli inermi, rubano opere d'arte, perseguitano innocui
monaci, abusano di donne e di religiose, incendiano edifici sacri, fanno scempio
delle spoglie dei santi e lasciano spazio a manifestazioni di pubblica irreligiosità
che offendono la coscienza degli abitanti. Crudeli e spietati, i rivoluzionari
non ammettono alcuna resistenza e chi osa impugnare le armi in difesa del proprio
paese è un «brigante», che va trattato con ferocia".
(decreto
di Ferdinando sulla destinazione dei corpi agli ordini del contrammiraglio Sidney
Smith)
La repressione, secondo una stima del generale francese Paul-Charles Thiébault
confermava che : " i Napoletani ci insegnarono a temerli come uomini...
Sebbene siano stati battuti dappertutto e, senza contare le perdite che subirono
durante i combattimenti, piú di sessantamila di essi siano stati passati
a fil di spada sulle macerie delle loro città o sulle ceneri delle loro
capanne ".
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| Fatti di cronaca della picciotteria italo-canadese e americana tra il 1900-1940 |
  Ellis island - l'isola delle lacrime (1)
Storie,fatti e personaggi dei ''cugini d'America''
"Frammenti di cronaca attraverso una nostra ricerca
e gli articoli di Antonio Nicaso"
- Prima parte -
Premessa di Giuseppe Ruberto - webmaster del sito
Gli articoli a firma di Antonio Nicaso sono
stati pubblicati il 2001-10-11 sul "Corriere canadese" nella rubrica
- Gli speciali - "Tutto sul crimine organizzato in Canada e nel mondo -
Un'inchiesta in ventidue puntate", edito da Mafie collana editrice.
Antonio Nicaso nato a Kaulonia (Rc) è giornalista e scrittore - vive
e lavora in Canada e autore di best-seller di risonanza mondiale. E stato condirettore
del Corriere Canadese e siede nel consiglio del Nathanson Centre di Toronto,
dedito allo studio del crimine organizzato e della corruzione. Considerato un
esperto a livello internazionale sulla criminalità organizzata,ha pubblicato
finora tredici libri,tra i quali alcuni bestsellers che sono stati tradotti
in varie lingue. E' partner della Soave Strategy Group,una società di
consulenza con sede a Toronto e dirige la casa editrice -Mafie. Si ringrazia l'autore per aver concesso la pubblicazione
. I nostri più sentiti ringraziamenti.
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Dalla Markham Gang alla Mano Nera -
"Un'organizzazione criminale composta da immigrati britannici taglieggiava
in Ontario prima ancora della nascita della Confederazione ".
di Antonio Nicaso
In Canada non ci sono mai stati un Joe Petrosino (a),
né un Vito Cascio Ferro (b) ai primi del Novecento.
Ma c'è stata la Mano Nera (c), quell'organizzazione
che, nata per assicurare "protezione" agli immigrati, si è
subito trasformata in una terribile aggregazione gangsteristica che non ha esitato
a taglieggiare i piccoli imprenditori dei quartieridormitorio nelle varie Little
Italy.
È stato don Vito Cascio Ferro, il boss siciliano emigrato negli Stati
Uniti, ad inventare il racket delle estorsioni. «Fateci bagnare
u pizzu», il becco, dicevano gli strozzini della mala alle
vittime designate.
A pubblicare nel 1903 per la prima volta la notizia di una lettera estorsiva
ricevuta da un negoziante e firmata con le impronte di una "mano nera"
fu il "New York Herald", secondo cui a tirare le fila dell'organizzazione
che, in quegli anni, dissanguava i piccoli commercianti di Brooklyn era Annunziato
Cappiello, un emigrato di origine calabrese.
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| Eletti del popolo ed Eletti dei nobili |

A cura della redazione del sito web sambiase.com
Alcuni sindaci di Sambiase tra il 1733
al 1876
1733
Domenico Antonio Benincasa,sindaco
Salvatore Pugliese, eletto dei nobili
1734
Francesco Turco,sindaco
1741
Gregorio Nicotera,sindaco dei nobili
Francesco Turco,eletto dei nobili
Bettino Calfa,eletto del popolo
1758
dr.fis.Giuseppe Budera,sindaco dei nobili
dr.Domenico Amantea,eletto dei nobili
1759
d°Ambrosio Petrone,sindaco dei nobili
1760-1761
Francesco Brunetti,sindaco
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| Sambiase:La vita politica tra gli anni 1920/1960 - II^parte |
 La cronaca degli avvenimenti Politici-Amministrativi, dal 1925
fino alla fine degli anni '60, attraverso il libro "LAMEZIA TERME" - Storia Cultura Economia di Fulvio Mazza (1) .
La seconda metà degli anni Venti costituisce per il
Lametino un periodo di notevole importanza, grazie anche all'azione delle forze
politiche locali, che seppero mettersi in sintonia con le linee generali che
il fascismo concepì e, in buona parte, realizzò nel successivo
decennio, in una delle aree d'intervento del cosiddetto "ruralismo
fascista". L'avvio dell'azione delle forze locali vide protagonista,
ancora una volta, Renda che concepì e portò avanti un disegno
di unificazione politico-amministrativa dei comuni di Nicastro e di Sambiase,
come premessa e supporto alla Bonifica della Piana lametina .
Proprio per questo, ai primi del 1926, Renda fu in grado di liberarsi dall'intralcio
politico costituito dalla presenza alla guida delle sezioni del "Fascio"
e dei comuni del Lametino di elementi vicini al partito degli intransigenti.
Poi, il leader politico coglie le op portunità della riforma podestarile
(che sostituiva agli organi elettivi locali un nuovo organo monocratico di nomina
governativa : il podestà ), per portare alla guida dei due comuni uomini
ritenuti a lui assai vicini.
A Nicastro venne nominato podestà Pasqualino Stancati, già giovane
professionista operante presso lo studio legale di Renda e già venerabile
della disciolta loggia massonica "Pensiero e Azione".
(Giustiniano Porchia primo podestà di Sambiase) - A Sambiase
Renda riuscì a far nominare Giustiniano Porchia, e qui si era trattato
di un vero e proprio ribaltamento della decisione politica con cui le autorità
provinciali, all'indomani delle elezioni del 1924, avevano allontanato Porchia
dalla guida del comune, per sospetto antifascismo. Per entrambi la nomina giunse
nella primavera del 1927.
In realtà, l'iniziativa di Renda aveva a suo fondamento il progetto di
fusione tra i due comuni di Nicastro e Sambiase, oltre che la conquista del
pieno controllo della vita politica locale. Si pensi che egli giunse, a questo
scopo, fino a farsi nominare segretario della sezione del "Fascio"
di Nicastro, con un'iniziativa più unica che rara per un uomo politico
di statura nazionale, come egli era generalmente ritenuto. Il progetto di fusione,
oltre che funzionale al sostegno della Bonifica, trovava il suo fondamento nella
forte integrazione allora esistente tra il tessuto produttivo agricolo sambiasino
e la più complessa e articolata realtà economica nicastrese. Esso
vedeva, tra l'altro, la presenza di un solido sistema bancario, dalle cui anticipazioni
dipendevano, in buona parte, le aziende agricole sambiasine, oltre, ovviamente,
a quelle nicastresi.
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| Museo Etnografico |
 A SAMBIASE il "Luogo della Memoria" (1)
di Antonio Zaffina (2)
In questo "particolare" momento storico, in questa "particolare"
città. dove tutto - o quasi tutto - sembra andare per il verso giusto, nonostante
le reiterate e cicliche ingiustizie consumate a suo danno, vedi la scomparsa
di piccoli e grandi miraggi quali: il capoluogo di provincia, l'università,
l'industrializzazione; in questa città, dove non esiste la disoccupazione ed
il malessere giovanile in tutti i suoi drammatici aspetti, dove non c'è il triste
fenomeno dell'usura e dell'indebito arricchimento degli ultimi arrivati o di
coloro che sanno "alzare la voce", dove non ci sono violenze a vario titolo
che spesso ci hanno fatto meritare le prime pagine dei giornali locali e nazionali;
dove non manca una classe di politicanti pseudo intellettuali, di falsi predicatori,
di ipocriti benefattori, di vati improvvisati quanto spregiudicati che attraverso
convegni, conferenze e dibattiti lanciano appelli e propongono iniziative e
soluzioni che lasciano giusto il tempo che trovano, per cui tutto, o quasi,
rimane come prima o peggio di prima; dove i ricchi diventano sempre piú ricchi
ed i poveri sempre più poveri; dove, in una parola, non ci sarà mai pace, perché
c'è giustizia; in una città come questa, con moltiproblemi e pochi pregi c'è
ancora chi, come il prof. Umberto Zaffina, tenta di evocare, per offrirli alla
riflessione di noi "moderni", attraverso la realizzazione del luogo della memoria,
i valori migliori di un mondo diventato antico ed irripetibile, anche se sono
trascorsi pochi decenni.
Centro storico di Sambiase -rione Patelli- Entrata del Museo Etnografico
"Luogo della Memoria" Umberto Zaffina ,a dx, e l'articolista
Antonio Zaffina a sx.
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| Il monastero di S.Costantino in c.da S.Sidero |

A cura della redazione del sito web sambiase.
com

Veduta area archeologica lametina
(foto a cura del museo archeologico di Lamezia T.)
L'ABBAZIA DI S. SIDERO (1)
di Enrico Borrello
"Nella contrada S. Sidero, cioè S. Isidoro, grandi
fabbriche di laterizi, tra cui una, distrutta per trarne materiale; copiosi
ruderi mi furono segnalati nella contrada Parracocchia e Palazzi, attigue a
S. Sidero. "Nella proprietà dei fratelli Tropea sono
ruine molto delicate di età romana e dell'alto medio evo, e gli eruditi
locali quivi collocano il grande monastero di S. Costantino, i cui beni formarono
in prossimità l'Abbazia di S. Sidero, dipendente da quella di S. Eufemia
e, più tardi, la Baronia di S. Sidero".
Così, l'Orsi (A), nella sua "relazione degli scavi
del 1921".
Il grande monastero di S. Costantino era sorto, dunque, in quelli che furono
poi detti i "Palazzi" per antonomasia, a indicare la grandiosità
(si capisce, relativa ai tempi) dei fabbricati. E questo diciamo a chiarire
un equivoco in cui sono caduti - alcuni storici di Nicastro - (B - C),
i quali hanno creduto che il monastero di S. Costantino fosse quello di S. Elia,
nel Carrà.
L'Abbazia di S. Sidero, coi possedimenti dei "Palazzi", dipendeva,
dunque, dalla Abbazia di S. Eufemia. Non tutta la regione S. Sidero le era stata,
però, infeudata. Una parte di essa,infatti, apparteneva al Conte Riccardo,
figlio di Drogone (fratello del Guiscardo) (2), il quale, nel
1101 ne fece donazione alla Mensa Vescovile di Nicastro.
Leggiamo nel diploma di donazione : (3)
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| Alcuni dei canti popolari religiosi |
A cura del sito www. sambiase. com

Questi canti tramandati oralmente dai nostri anziani hanno
conservato alla memoria storica, l'espressione viva e palpitante del popolo
sambiasino. Questi canti tuttora si cantano prevalentemente in Chiesa e durante
la processione. Prima si cantavano anche in momenti di festa rionale o per invocare
grazie,richieste di guarigioni o, comunque, in momenti di gioia o drammaticità
dell'esistenza sociale e anche personale. Sopratutto in questi momenti venivano
ripresi i canti alla Madonna e a San Francesco di Paola. Il santo, qui a Sambiase,
ha avuto un grande seguito perchè ha diffuso attraverso i suoi figli spirituali,
i frati e i laici minimi, un profondo senso di disponibilità verso il bisognoso. Gierre
ROSARIO A SAN FRANCESCO (Sui grani
grossi)
'Nta sta jiasa c'è nu gran Santu,
ci l'ha mandatu lu Spiritu Santu,
ci l'ha mandatu ccu amuri divinu
San Francescu Serafinu.
Prima decade
San Franciscu di Paula tu chi pua
dunami riparu alli mia guai
e prega, prega lu maestru tua
ca li bisuagni mia tu già li sai.
San Franciscu mia dilettu
vinìti alla mia casa ca v'aspettu
vinìti alla mia casa e trattinìti
ca li bisùagni mia vua li sapiti.
Seconda decade
San Franciscu, San Franciscu
giardinìari di Gesù Cristu
quandu all'uartu tu calàvi
rosi e jiuri siminàvi
ppi lla tua virginità
San Franciscu la carità.
San Franciscu mia bìallu
si vistùtu di monachiallu
e di Paula jìa e vinìa
gran miraculi facìa
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| Fu una vera inquisizione |

Anno domini 1726
La lite
tra il Vescovo di Nicastro
ed i frati Minimi di Sambiase
Premessa curata da Giuseppe Ruberto (webmaster del sito)
La vicenda è stata possibile ricostruirla grazie ad
una ricerca effettuata da Antonio Raffaele il quale nel suo articolo(1)
scrive a tal proposito: "questo episodio è stato dimenticato
dai cronisti locali volutamente in quanto molto spesso con mano furba ed intelligente
o di un'accorta persona, han fatto perdere per sempre, distruggendole, carte
ritenute forse troppo compromettenti ".
Ma che cosa successe realmente??? Presto detto.
Antonio Raffaele racconta: "che ogni cinque anni i vescovi, oggi come un
tempo, dovevano inviare a Roma una relazione (detta ad limina) consistente in
una minuziosa descrizione dello stato della diocesi e delle sue chiese; in più
obbligo del medesimo visitarle una volta all'anno. Dalla relazione di Mons.
Angeletti (2), Vescovo di Nicastro inviata nel 1726 alla Sacra
Congregazione del Concilio, emerge che a Nicastro - che contava 4408 abitanti
- vi erano: 35 sacerdoti secolari, 20 canonici. 12 cappellani, 21 frati nei
conventi dei Domenicani dei Cappuccini, e dei Francescani. Questi ultimi non
gradivano la visita del Vescovo, in quanto davano una diversa interpretazione
delle leggi del Concilio di Trento"; "in particolar modo in osservanza
della Bolla Pontificia di Innocenzo X al
secolo Giovanni Battista Pamphili (Roma, 6 maggio 1574 - Roma, 7 gennaio 1655)(b)
che incominciava -ut pavis- e che cercava di fare una ispezione nel piccolo
convento dei Minimi di S.Francesco di Paola a Sambiase "(3)
Nella relazione(4)lo stesso vescovo scrive " che i frati
del Venerabile Convento vi si opposero con "armata manu"e
che pur avendo potuto entrare nello stesso con la forza,ma,per evitare maggiori
scandali,decise di rinunciare alla visita".
Ma come dimostrasi in avanti i fatti non andarono così.
Il documento conferma che la "condotta del vescovo Angeletti non fu davvero
tra quelle cristiane e pacifiche", il vescovo chiese l'intervento di alcuni
sbirri che comandati dal fratello Giuseppe nominato, guarda caso, Vicario Generale
della Diocesi, furono incaricati di arrestare il Padre Correttore e tutti i
frati del Convento.
È il caso della nostra vicenda, prosegue Raffale, " è stato
possibile ricostruirlo grazie al fatto che alcuni abitanti di Sambiase' (5)
si rivolsero ad un notaio per attestare quanto successe tra il vescovo di Nicastro
ed i frati Minimi di Sambiase. I cittadini non scelsero un notaio della loro
terra (in quel tempo gli esercenti questa professione era numerosi), ma si rivolsero
ad uno (notaio) (6) di Gizzeria, forse temendo eventuali ripercussioni,
o forse per mantenere una qualche segretezza sull'accaduto. Il motivo non lo
potremo mai sapere, ma la testimonianza da essi resa rimane una memoria incancellabile
"; quello riportato di seguito ne è il resoconto.
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| L'abito tradizionale sambiasino |

Com'era composto
il vestito tradizionale delle donne di Sambiase .
" u vistitu d'ha Pacchijana"

- da una sottana di lino puro, ricamato alla scollatura del
petto, alle estremità delle maniche, in prossimità della caviglia;
- da una gonna (gunnella)colorata e tutta pieghettata che, ordinariamente, veniva
raccolta a forma di coda;
- da un panno color vinaccia se lo stato civile era nubile "signurina",
di rosso se era sposata, mentre di nero se rimaneva vedova. (per quest'ultime
addosso al vestito non era previsto nessun ornamento);
- da un "mantisinu" (ghembriule) ben ornato che copriva il davanti
sino a sopra "il panno";
- da un busto nero in raso e decorato con pizzi fatto con stecche di balena.
Serviva per reggere mantenere il busto eretto;
- da uno "spallieri", altro indumento, ricamato ad intaglio che copriva
le spalle per nascondere il bustino;
- da uno scialle (fhazzulittuni) con delle lunghe frangie. D'inverno era di
lana, d'estate era di seta;
- dal "rindiallu" che veniva usato dalle persone anziane come copricapo;
I bei capelli erano ornamentati da pietrine luccicanti "culli
goffi e 'culli pettinissi ". Non mancavano "i fhirrittini" (ferrettino) e lo
spillone per tenere fermo il velo come copricapo quando si era in chiesa.
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quadro
pittorico di Battista Guerrese (1)
vistimu ‘a pacchijana
- poesia
di Franco Davoli
Ppi si véstari ‘a pacchjàna,
prima cosa si ‘nsuttàna;
carma, carma, senza affànnu
pùa si ‘mbùalica ‘ntr’ o pannu;
illu è nìuru o culuràtu,
assicùndu di lu statu:
è russu priputènti
s’ u marìtu l’ha vivènti,
è culùri ‘i vinu ammaccàtu
s’ u marìtu ‘unn ha truvàtu
ed è nìuru villùtu
s’ u marìtu cci ha murùtu.
Pùa si minti lla gunnèlla,
nìura, vìardi, brù ‘i franèlla,
si cci fha ‘n arrucciulàta,
‘a gunnèlla è già ‘mpadàta.
‘N àutru tùaccu pùa di fhinu
si lu dà ccu llu mbustìnu,
ma cchjù bella vo’ parìri
e ssi minti llu spallìari.
‘U mantisìnu ricamàtu
mìanzu pannu cci ha ‘mbarràtu;
prima ‘i jìri a llu purtùni
pìgghja llu fhazzulittùni;
quando nesci ppi lla strata
è cchjù bella di ‘na fhata!
‘A salùtanu d’ ‘i casi
‘a pacchjàna ‘i Sambiàsi.
(1) Il dipinto è stato realizzato dal
pittore Giovan Battista Guerresi che vive ed opera in Piemonte. La
scena ritrae donne nel tradizionale costume di Sambiase. Lo scorcio retrostante
raffigura la contrada Anzaro,il cui sapore di antico è rimasto ancora
oggi quasi intatto.
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| Nel cinquecentesimo della morte di S.Francesco di Paola |
 A cura della redazione del sito web sambiase.
com
(1)
Le Erbe del Santo (2)
- dalla prefazione di Francesco Samengo - (3)
" In uno scenario in cui, dalla cosmesi al fast food, sembrano
prevalere prodotti sofisticati ed intrugli, avvertiamo sempre più la nostalgia
della semplicità e della genuinità.
A ben vedere, non si tratta di un improponibile ritorno al passato, quanto di
uno sforzo volto a riscoprire i valori autentici della natura, che ciclicamente
si rinnova offrendo all'uomo non solo la cornice, ma soprattutto gli alimenti
per il suo sostentamento e le essenze per curarsi e mantenersi in forma, come
usa dire. Conosciute già dagli Egizi per le loro proprietà terapeutiche e per
i loro molteplici usi cosmetici, molte erbe furono adoperate anche in epoca
greca e romana e poi medievale per curare ferite, piaghe ed ustioni.Alcuni impieghi
più comuni sono attestati in Calabria dalla tradizione popolare, ma anche confermati
dalle fonti documentarie, che man mano vengono alla luce; il timo, la lavanda
e la santoreggia erano usate per depurare la cute; per ridare freschezza ed
energia si faceva ricorso alla menta; l'iperico era indicato contro le scottature;
per la pelle grassa andavano bene le essenze di maggiorana, cipresso, issopo;
per la pelle arida quelle di sandalo, mirto, malvarosa; per la pelle pallida
l'elicriso, la verbena o il limone.
L 'impiego che delle erbe fece Francesco di Paola, il santo che in virtù della
sua fama di "mago e taumaturgo" nel 1483 fu chiamato alla corte di Francia per
curare il re Luigi XI, gravemente ammalato. Missione alla quale si piegò "per
obbedienza", nonostante l'età avanzata e la ritrosia ad abbandonare la scelta
eremitica.
Si tratta di un'opera che traccia, in base al resoconto dei processi di beatificazione,
episodi significativi della vita del Santo paolano, protettore della Calabria
e della gente di mare, e testimonia, altresì, il costante uso dei rimedi naturali
vegetali nel corso dei secoli; fino a trasformarsi in scienza delle erbe o fitoterapia.
Un patrimonio a cui anche oggi si fa ricorso, nonostante che il progresso della
chimica e della scienza farmaceutica sembri aver soppiantato questa antica arte.
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| Riti e tradizioni funerarie a Sambiase |
 A cura di Giuseppe Ruberto (webmaster del sito
Questa ulteriore ricerca si propone, attraverso un esame
comparativo, di individuare e ricostruire quelli che furono presso la comunità
sambiasina gli aspetti del culto dei morti nelle sue varie manifestazioni.
(Gierre)
Sambiase,anni trenta.Corteo funebre di un notabile lungo c.so V.Emanuele.(archivio
famiglia Borelli)
Gli usi e le tradizioni del nostro comprensorio presentano
fattori abbastanza omogenei (1), con variazioni e diversificazioni
che traggono origine soprattutto dalle condizioni economiche, dallo status sociale
di appartenenza e talvolta da peculiarità di carattere religioso.
Vediamo così, ad esempio, che si va da bare “tavuti” prontamente fornite dalle
pompe funebri, artisticamente intagliate e rivestite all'interno di raso alle
proverbiali “quattro tavole”, all'assenza totale di un qualsiasi manufatto la
salma veniva seppellita nella nuda terra (1bis). Anche il colore
delle bare aveva un preciso significato: bianco per i bambini, grigio-scuro
(o marrone) per gli adulti. La vestizione e acconciamento del cadavere erano
direttamente connesse alle condizioni economiche della famiglia.
A partire dal 1600 l'abbigliamento funebre poteva derivare dall'appartenenza
ad ordini religiosi laici. A Sambiase s’incaricava degli accompagnamenti funebri
il sodalizio S.Marco. La cappella S.Marco è annessa all'interno della chiesa
di S.Francesco di Paola.
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