I fratelli Bruno e Antonio Gallo, alias i briganti Bazzarini
di Giuseppe Ruberto (webmaster del sito)
Premessa
Questo nuovo scritto sui briganti Gallo Bazzarini è frutto di una ricerca
effettuata sui documenti processuali originali conservati presso l’Archivio
di Stato di Catanzaro. Per la comunità di Sambiase e dintorni quella
dei briganti Bazzarini fu una triste pagina che segnò il decennio 1860-1870.
Sui briganti Bazzarini in questi ultimi anni si sono riportate le poche note ascritte riguardo i loro misfatti, tralasciando la cronaca, i particolari e le testimonianze che a distanza di 146 anni, invece riescono ancora a trasmettere sensazioni. Spero che attraverso questo "racconto di cronaca giudiziaria" oggi possiamo sapere come si svolsero i fatti poichè, durante le fasi dell'analisi dei documenti cartacei sono emersi alcuni aspetti inquientanti su quella che era una delle banda più organizzate dell'intero comprensorio della Diocesi di Nicastro.Una cerchia di galantuomini del paese ne fu coinvolta. Il territorio sambiasino fu messo a ferro e a fuoco
da quella che gli inquirenti chiamarono la banda "Macrina".
Con la
morte dei due capobriganti si decretò la fine del brigantaggio ma non certamente quella dell'organizzazione malavitosa.
Nella rilettura di un documento annesso a quei processi si viene a scoprire, che all'indomani della distruzione della famigerata comitiva
Bazzarini si era insediata allo sconfitto brigantaggio (1860-1870) una organizzazione malavitosa più potente.
(1).
Non è motivo di esclusione quindi, che in quel nomignolo con cui gli inquirenti
indicavano la banda Bazzarini come“Macrina”, forse,si volesse indicare allo stesso
modo la parola " Ndrina “ che si insediò (come dicono gli studiosi di questo fenomeno)
in Calabria subito dopo la sconfitta del brigantaggio. Alla luce di questo nuovo
fenomeno lo scrittore Saverio Montalto indica che l'alleanze con i padroni fanno
cadere il mito del brigante difensore dei poveri e derelitti . Allo stesso modo
spiega Vito Teti: "Il brigante, come dicono alcuni canti popolari, tirava
palle contro il signore che dominava con carta e penna”. Lo 'ndranghetista
di oggi, anche quando proviene dal mondo popolare, si allontana dalla cultura
d'origine e si avvicina alle classi dominanti. Egli non vuole combattere i signori,
“vuole diventare come uno di loro". Ma anche questi concetti sono ormai
caduti perchè, come ci dimostra la cronaca giudiziaria, le organizzazioni mafiose
si sono totalmente mimetizzate nel nostro sistema economico,sociale e politico
di oggi. Un proverbio sambiasino in modo sarcastico dice, a proposito della diffusa
corruzione che sporca il nostro vivere quotidiano: " 'Nu nc'è cchiù nù parmu di
niattu"; tradotto:" Se ti guardi intorno ti accorgi che non si trova ormai un
palmo(1a) di mano pulito".
anno 1861: nella foto a lato, la compagnia di Pietro Bianchi
ripresa quasi certamente in un carcere calabrese. Fra i venti briganti raffigurati
vi è Benedetto Greco, la cui banda,attiva nella zona di Catanzaro,venne
distrutta nel dicembre 1866. Foto originale custodita dalla famiglia Greco
di Nicastro.
L’inizio.
La grande insorgenza sociale che ebbe luogo fra il 1861 e il 1865, comunemente
nota con la definizione di brigantaggio, affondava le sue radici in territori
dove il banditismo individuale e la formazione di bande avevano un carattere
endemico(1b). L'esistenza di un esercito di braccianti senza
terra e l'esosità dei patti agrari portavano nei periodi di crisi economica
e politica alla recrudescenza del fenomeno. La leva obbligatoria e gli inasprimenti
fiscali aggravarono dopo il 1861 la crisi del Meridione, provocando una disperata
guerriglia dei contadini contro il governo e i proprietari terrieri. Il dissolvimento
dell'esercito borbonico (almeno 10.000 renitenti alla leva si dettero alla macchia)
e il tentativo di Francesco II di Borbone di sfruttare il malcontento per orientarlo
verso un progetto di restaurazione del Regno delle Due Sicilie, contribuirono
nel 1861 a trasformare il brigantaggio in una vera guerra civile(2).
"Briganti" calabresi di fine ottocento.(collezione, ing.Francesco
Bruni)
Erano i fratelli Bruno e Antonio Gallo Bazzarini due dei tanti
giovincelli che si rifiutarono agli obblighi di leva(3) scorazzando
da una vallata all’altra del Monti Reventino e del Mancuso. All’inizio
dell’anno 1861 andavano commettendo in compagnia dei giovani renitenti
e alla leva del luogo natio(4) e manutengoli(5)
reati di grassazione. Le testimonianze rese davanti al giudice del mandamento
di Sambiase Sig. Federico Montesanti: “che presso dei mandriani di pecore
(Gaspare Perri in contrada Livadia e Vincenzo Mastroianni alias Pernice in contrada
Gabella si erano fatti vedere due individui armati di fucile, i quali violentemente
penetrati nelle pagliaie delle mandrie medesime avevano rubato in danno dei
menzionati due mantelli di lana, due fazzoletti e un rasoio”(6).
Dal resoconto reso davanti al giudice del mandamento di Nocera Sig. Francesco
Giuseppe Cipriani.
In contrada Mola ( Monte Mancuso) territorio del comune di Nocera i medesimi
individui Gallo Antonio e Bruno alias Bazzarini armati di fucile si recavano
spesso presso le mandrie dei pastori di quella zona in particolare presso quelle
di Pasquale Bona e Francesco Mendicino (quest’ultimo tutore delle pecore
di tale don Lorenzo Mancini) pretendendo ora il formaggio ora la ricotta ora
qualche pecora(7). Poco tempo dopo sulla base dei documenti
processuali la comitiva si aggregò a renitenti alla leva e malfattori
provenienti da altri paesi(8). Nel periodo tra gli anni 1862-1867
la banda denominata dagli inquirenti col nome “Macrina” si consolidò
in un unico blocco con i sambiasini il cui capobrigante era riconosciuto Gennaro
D’Audino il quale con Giacinto Tropea serbarono sempre buona condotta
fino a che non furono chiamati a far parte dell’Esercito quale requisiti
di leva militare. Anzi D’Audino fu disertore dal Corpo militare. Dopo
di allora per esimersene si diedero a latitare, e così la loro opinione
si macchiò, poiché si diceva scorrere la campagna in comitiva
armata con i germani Bruno e Antonio Gallo Bazzarini e con Luigi Tallarico.
Gli altri componenti di Sambiase erano: i fratelli Fortunato,Giovanni e Luigi Ciliberto
di Domenico; Vincenzo Martello fù Domenico; Domenico Montilla fù
Antonio; i fratelli Fortunato, Pietro e Francesco Ruberto fù Vincenzo;
Giovanni Guadagnuolo fù Francesco; Domenico Zubba; i fratelli Carmine
e Giuseppe Barone fù Ferdinando; Saverio Barone; Ferdinando Renda fù
Giuseppe, Giuseppe Pizzonia (9) In questo triste periodo si
da inizio ad una serie di misfatti perpetrati ad uomini e cose che intaccheranno
la storia sociale di questo nostro territorio(10).
Nella foto la collina dove sorge l'antico nucleo di case di loc.Matacca e contrada
Gabella(foto Gierre).
I fatti.
Nell’anno 1863 la comitiva Gallo Bazzarini fu protagonista di un atroce
misfatto in contrada Acquadauzano, territorio a nord di Sambiase . La comitiva
sequestrò Filippo Mete di anni 24 risultante figlio di Saverio Mete,
alias Cubito e di Gallo Caterina, a scopi estorsivi. La comitiva aveva mandato
“imbasciata”(11) ai familiari del Mete
per un riscatto di 8.000 ducati. Ma costoro vollero una prova che il loro figlio
fosse ancora vivo. Si evince dai documenti che a causa di ferita grave riportata
al capo, l’ostaggio morì. Il suo corpo fu trovato in loc.Carbonara
(località poco distante dalla contrada che avvenne il sequestro). Filippo
Mete era cugino di quelli che da lì a poco diventeranno i famigerati
briganti Bazzarini. A causa di questo grave fatto in contrada Acquadauzano,
territorio a nord di Sambiase, vi fu una faida familiare tra i Gallo,alias Bazzarini
e i Mete, alias Cubiti. Pochi mesi dopo il ritrovamento del cadavere di Filippo
Mete, mentre dormiva nell’aia di un granaio, venne assassinato Giuseppe
Gallo, fratello di Bruno e di Antonio. A questa morte conseguì l’uccisione di Saverio Mete, padre
del defunto Filippo, in contrada Gariano.
Le dichiarazioni rese dal teste Maria Mete, alias Rullo, di Giovanni di anni
22 domiciliata ad Acquadauzano (risultante cugina dei Mete e dei Gallo)
ascritta ai foglii n° 30-60 si arriva al ritrovamento del cadavere in località
Carbonara. La stessa teste indica Luigi Tallarico fù Nicola, Filippo
Vescio di Antonio,Serafino Calabria e Giacinto Tropea di Antonio ed altre quattro
persone a lei ignote, quali componenti la comitiva che sequestrò Filippo
Mete. A causa di tale testimonianza ( la teste aveva origliato durante una
riunione tra i familiari Gallo) ella temeva della velleità della
comitiva. Infatti, come allegato ai documenti di quel processo, ella sarà
certificata deceduta con atto del 18 settembre 1864 n°157. Di questo colpo
di scena non si ebbe nessun indizio giudiziario. La morte avvenne per cause
naturali? O venne uccisa? Questo non lo sapremmo mai. A conferma che la teste comunque temesse
le velleità di qualcuno c’è
lo conferma nella dichiarazione della teste Rosalba Bernardo fu Domenicantonio
al foglio n°101: “ Poiche’ Filippo Mete di Saverio era una
mia antica conoscenza ed il suo triste ricordo e della sua infelice fine mi
aveva arrecato immensa pena; così essendo venuta nella mia casa la sua
parente Maria Mete di Giovanni alias Rullo, mi informai del modo come quella
disgrazia era avvenuta. Ella mi narrava che in un giorno, dopo l’avvenimento
su nominato, mentre si recava nel tugurio di sua zia Rosa Mete fu’ Santo
alias Pernice residente in quel medesimo territorio, quando d’un tratto
si avvide che in quelle vicinanze vi era una comitiva di malfattori, per cui
studiato il passo si avvicinò ma senza entrarvi in modo che avea l’opportunità
di riconoscere che quella comitiva stessa era composta dai germani Bruno e Antonio
Gallo “ bazzarini’’, Luigi Tallarico fu’ Nicola, Filippo
Vescio di Antonio, Giacinto Tropea di Antonio quest’ultimo da S.Biase,
ed un tale di cognome Calabria (Serafino) da Conflenti, ed altri quattro o cinque
persone a lei ignote, e di aver sentito che nel mentre il padre (Anselmo
Nicola Gallo) dei suddetti Bruno ed Antonio li rimproverava per l’assassinio
di Filippo Mete ed i medesimi gli risponderono così : ’’
è stato illu ca’ vulutu muriri picchì si avessimu vulutu
tali intenzioni lu finisciamu di fucilati, anzi si miritava nù sulu corpu
alla testa’’ tradotto significa ( "E
stato lui che ha voluto questa morte perché se era nostra intenzione
l’avremmo ucciso a colpi di fucile anzi ne sarebbe bastato uno di colpo
in testa" ) Essa (Mete) mi soggiunse
(continua la Bernardo) che inoltratosi quel colloquio aveva inteso dagli
stessi indiziati Gallo, che essi dopo aver percorso (picchiato a sangue
) il Mete gli fasciarono la testa e che a causa di questo morì ed
il suo corpo fù depositato in un sito dove il padre dei "leggieri"
ne poteva rinvenire il cadavere cercandolo, ma senza precisarne il luogo. Ella
mi assicurava (concludendo la Bernardo) infine che presa dal timore
dopo avere inteso quelle confessioni, se ne ritornò indietro inosservata,
dove fu’ sollecita a recarsi presso Angiola Gallo, alias Adamo zia del
ripetuto Filippo Mete. Ed ella (Mete) destamente fece intendere a costei
Angiola Gallo che Filippo gli era apparso nel sonno e che gli aveva detto di
essere stato ucciso e che le premurava di aumentare le ricerche per i dintorni
onde rinvenirne il suo cadavere. Ma la Gallo non gli diede adito né ella
(la Mete) ebbe ad insistere maggiormente per timore che non si venisse a
scoprire il suo opinare ( approdo), ed andare incontro allo sdegno
di quei malfattori “.
Ed ancor di più. In una dichiarazione resa da Rosa Mete fu Santo (nonna
della "Rullo") si scopre quel risentimento familiare al quale fu soggetta
la defunta Mete Maria,alias Rullo. Nella sua deposizione davanti al giudice
Istruttore la Rosa Mete sentenzia lapidariamente : “ella però
a quest’ora ne ha già reso conto a Dio,avendo cessato di vivere
giorni or sono una a età bastantemente immatura" .
Era innegabile la complessità del lavoro da parte dei giudici. Molti
dei testi in quel processo si trovarono in contraddizione a causa degli stretti
vincoli parentelari. Gli stessi giudici dichiarano che l’attendibilità
dei testi era precaria in quanto lo stesso teste a volte si schierava a favore
dei Gallo, altre volte a favore dei Mete. Infine annotiamo che al margine di
quel lungo processo si seppe che la comitiva oltre a Filippo Mete aveva sequestrato
un tale di nome Felice Nicolazzo da Platania(12).
Un suggestivo albero da sughero nell'antico bosco Mitoio(foto Gierre).
La comitiva che latitava tra quelle contrade continuava a perpetrare
sequestri e omicidi. La sera del primo maggio 1863 fu fatta vittima di sequestro
nel bosco Mitoio un tale Vincenzo Stranges di anni 20 figlio di Nicola alias
Mannara. La vittima fu tradotta, attraverso il bosco della Montagnola e posto
in una casetta rurale appartenente a Giuseppe Rizzo il quale veniva indicato
pubblicamente quale manitengolo assieme alla sua famiglia, in contrada Velati. Il Mannara venne tenuto nascosto in un pollaio. Lo stesso
più tardi venne rilasciato grazie al pagamento di cento piastre consegnate
da tale Antonio Isabella conosciuto come Giovanni alias Cicarello, zio del sequestrato(13).
Si venne a sapere che la stessa famiglia del Rizzo nei mesi precedenti al sequestro
del “Mannara” furono rei di aver dato alloggio e somministrato i
viveri a tale Biase Figliuzzi(14) altro sequestrato, nativo
di Serra S.Bruno.
Il giorno 28 gennaio del 1864 la guardia Nazionale di Decollatura, al comando
del Capitano Cianflone durante una perlustrazione, atta ad individuare i luoghi
dei sequestrati, in località S.Mazzeo riuscirono a ferire ad una mano
un brigante risultante Gallo Antonio Bazzarini. Lo stesso fu arrestato. Il Gallo
veniva accusato di due omicidi. Ma non passò che un mese dalla sua cattura
che il 29 febbraio di quell’anno, riuscì a fuggire(15).
Nella foto il carcere di Sambiase. Oggi lo stabile è stato rimodernato
ed ospita delle famiglie disagiate.
Ecco quanto scrive il primo cittadino di Sambiase il 29 Febbraio
all’Ufficiale Istruttore del Tribunale di Guerra sig.Colombino‘’
Ho il bene manifestare che questa Giunta con quale prendete le opportune
informazioni sul conto di Gallo Antonio di Nicola quello che essendo stato arrestato
da questa Guardia Nazionale e Carabinieri ebbe agio a fuggire nel mentre si
portava in codesto luogo per essere giudicato e che attualmente fa parte della
comitiva di malfattori che si aggirano presso questo Comune”(16).
Il brigante Gallo Antonio Bazzarini, autore di numerosi misfatti, mentre veniva
trasportato da un luogo all’altro ‘’ebbe agio a fuggire’’.
Naturalmente questo laconico colpo di scena ci porta alla domanda: “come
potè fuggire un famigerato brigante per di più ferito e con le
mani legate? Sicuramente un "qualcuno" dovette dare l'ordine a far fuggire il brigante. Illazioni? Presto
detto. Daremo prova nel proseguo di questa cronostoria che c’era una sorta
di complicità tra una cerchia di galantuomini di Sambiase e la comitiva
Bazzarini. Intanto possiamo dire che nello stesso periodo della cattura del
brigante Bazzarini la milizia fu protagonista della cattura del brigante Luigi
Isabella con la sola differenza che per la cattura del citato brigante Isabella
costoro vennero ricompensati(17).
Nella foto l'antico stabile della fabbrica di tegole di proprietà della
famiglia Giudice,in contrada Ciaramidio,territorio di Sambiase(foto Gierre).
Il 18 luglio 1865 venne sequestrato in contrada Ciaramedio
territorio di Sambiase il fabbricatore di tegole Luigi Giudice fu Giuseppe di
anni 39. La vittima fu legata e condotta nel bosco di località Sorbello
dal lato del Monte Mitoio. Fu chiesto la somma di ducati 8.000 riducendo a 4.000
per la sua liberazione. Dichiarazione di Luigi Giudice: ‘’Mentre
dimorava dentro la casetta rurale in contrada Ciaramidio nel territorio di Sambiase
ove tengo una industria di tegole, quando un primo a presentarsi a me fu’
il brigante Bruno Gallo alias Bazzarini, il quale armato di schioppo s’introdusse
nella casa e mi chiese sollecito a farsi dare dell’acqua da un ragazzetto,
mio figlio per nome Antonio. Dopo aver bevuto mi chiese se vi erano altri mastri
tegolai miei compagni e se si trovavano in quelle vicinanze; gli risposi che
erano tutti ritirati, ed in ciò sentire mi soggiunse che gli avrei dovuto
imparare una strada. Così si intrattenne un po’ senza parlare e
quindi presa una definitiva determinazione mi soggiunse di seguirlo, poiché
io mi opposi, e con la culatta del fucile a due colpi di cui era armato, mi
vibrò un violento colpo sul braccio destro in modo che mi fece cadere
tramazzoni a terra. Ai gridi accorreva Vincenzo Volpe (mio suocero ) ma nel
volersi apprestare gli tirarono contro un primo colpo di schioppo ove un piccolo
proiettile l’ho ferì ad una scapola, dopo gli esplosero altro proiettile
che andò a vuoto.
Nell’uscire, con essi Gallo dalla mentomata casetta rurale, vidi che alla
distanza di circa un tiro di fucile dalla stessa sparpagliati in tre diverse
punti vi erano tre individui, i quali stettero sempre lungi da me in discreta
distanza per non essere conosciuti fino all’imbocco del bosco di S. Eufemia
dove costoro si dispersero, né più li rividi. Debbo ancor di più
confessare, che dall’atteggiamento, al portamento ed alla fisica loro
mi convinsi che essi erano i miei compaesani Fortunato Ciliberto, Domenico Montilla
fu’ Antonio di anni 36 alias ‘’Talio, e Vincenzo Martello
fu’ Domenico di anni 34 colono della vigna di questo Penitenziale D°
Carlo Antonio Tallarico, il quale dovette fare la vedetta, ed essere la guida
dei malfattori, maggiormente perché i menzionati bazzarini erano provenienti
dal luogo ove è situata la sua vigna. Quando arrivammo nel bosco di S.Eufemia
i due malfattori scaricarono due fucili appartenenti a me ed a mio suocero Volpe
Vincenzo fu’ Francesco; dal bosco di S.Eufemia fu’ fatto passare
dalla contrada Vonio, ove giunto nella contrada Surello (Sorbello) dal lato
del Monte Mitoio mi fecero sedere, mentre i malandrini che mi aggredirono, si
misero a pranzare con dei orti ancora caldi e maccheroni dei quali me ne offrirono
ma io rifiutai".
Luigi Giudice indicò coraggiosamente i complici che affiancarono
i Gallo Bazzarini. Ad uno di questi tale Fortunato Ciliberti fu Domenico, di
professione macellaio presso la famiglia Mauro, già imputato di omicidio e stupro,
venne trovato un cospicuo gruzzolo di denari. Il Ciliberti durante il periodo
della sua carcerazione scrive una lettera dal carcere ad una nobile donna, consorte
del primo cittadino di Sambiase. L’imputato la supplicava a intervenire a suo
favore affinché egli potesse ritornare libero. Nella stessa lettera il detenuto
indica in Luigi Magri figlio di Bruno Magri, notaio di Sambiase, quale componente
della banda dei sequestri di cui venivano accusati i Gallo Bazzarini. L’imputato
attestava tale gravità di cose avendole sentite da tale Giuseppe Graziano, alias
Patacca, galantuomo di Sambiase pochi giorni prima che lui stesso finisse rinchiuso
nelle carceri.
Il Ciliberti descrive i particolari : “La lettera fu fatta scrivere da un
carcerato di nome Marinaro e da me firmata, e venne spedita per avere delucidazioni
relativamente al riscatto in persona di Luigi Giudice. In quanto due giorni
dopo che a Sambiase vi partì il Prefetto di Catanzaro io mi recava in Nicastro
in compagnia don° Giuseppe Graziano e don Domenico Nicotera quando per istrada
esso Graziano soprannominato Patacchiu levandomi io la pastorella che avevo
in testa disse: " a causa di questa pastorella natra pocu andava in galera
io" (traduzione) a causa di quel cappello da pastore per poco andavo io in galera.
Io gli domandai (continua ancora il teste Ciliberti ) a spiegarmi,
e mi rispose che il ricatto di Luigi Giudice era stato eseguito dai germani
Antonio e Bruno Gallo Bazzarini e da don Luigi Magri figlio del notaio di Sambiase
Bruno Magri. Non ne spiegò poi chi altro era con i medesimi, e come egli ne
era venuto a conoscenza,poiché fummo raggiunti da altri paesani. Fu’ per effetto
di tal mia conoscenza che scrissi (la lettera), affinché si fosse cooperata
ad indurre il Graziano a svelare tutto il fatto onde cessare di soffrire io
innocentemente delle cariche altrui”.
Tale testimonianza rimase avvolta nel mistero. Per come leggiamo nei documenti
vani furono gli inviti da parte del Pretore di Sambiase a far testimoniare tale
don° Giuseppe Graziano, alias Pataracchiu onde poter fornire le prove su quanto
andava affermando l’imputato Ciliberti.
Lo stesso Pretore fu costretto a scrivere al giudice istruttore della Gran Corte
Criminale di Catanzaro su quanto di grave stava accadendo in quel processo.
Egli scrive queste parole “ Feci citare il Graziano ma mi prerecava una
coda di malattie, donde la necessità pregar Lei affinché si consideria sentire
esso Graziano con Fortunato Ciliberto; come ne era venuto a conoscenza, e fornire
le prove. Chi altro oltre dei predetti tre sanno il sequestro della persona
del Giudice,e darne pure le prove. Impegno tutto il suo zelo (continua
il Pretore) e la diligenza nell’indizione del detto testimone Graziano,
e ponga in opera tutta quella ragione che fa mestiere per aversi a disposizione
utile alla giustizia . Attendo sollecitazioni (18).
Nell'immagine, uno scorcio della pianura di S.Eufemia, dalle suggestive colline
di Gizzeria(foto Gierre).
Ma passarono pochi mesi che nell’anno 1865 avvenne l’ennesimo
sequestro. La vittima fu un giovanetto di nome Torchia Bruno, figlio di Pasquale
e di Concetta Crapis, di anni 13 da Gizzeria. Lo scopo era di ottenere dal ricco
suo padre del denaro. Per la cronaca, fu prima tenuto nascosto nel mulino Mendicino,
oggi degli eredi del Cav. dott. Felice Renda,territorio di Sambiase, poi nelle
grotte dei goteresi, sopra i bagni Caronte. Il padre del giovane, a mezzo di
Fortunato Falvo fu’ Tommaso, e di Mastroianni Gennaro fu’ Tommaso,
mandò ai Bazzarini una grossa somma per il riscatto del figlio,che venne
liberato “(19).
Ecco cosa racconta il ragazzo: “Io dimoravo con mio padre e col bovaro
al nostro servizio Nicola Gallo, alias ‘’Tridente’’,
nel nostro fondo situato nel territorio di Gizzeria; la notte tra il 20 il 21
di Ottobre mentre stavamo nella paglia, tra le ore tre in quarto fu bussato
alla porta, ed annunziandosi da fuori essere amici, per cui avendo aperto si
presentarono all’ingresso cinque individui armati di fucile, uno entrò
dentro dicendo di volere uno di noi per indicargli la strada. Mio padre voleva
far andare Gallo Nicola alias ‘’Tridente’’, ma quelli
risposero che dovevamo andare mio padre e io, ma poi si accontentarono solo
di me. Trattomi fuori mi legarono con un fazzoletto la testa, camminando tutta
la notte, il giorno rimanemmo in riposo, e la notte seguente continuammo a camminare,
restando io bendato, non so per quanto ore avessero tratto, e trattenuto. Mi
rimase uno a mia guardia, mentre gli altri dopo aver mangiato e bevuto si addormentarono.
Si che accertatomi perché lo toccai per muoverlo , ed egli non mi rispose,
mi tolsi il fazzoletto ed vidi che egli era dormente. Scendendo per colline
ove erano alberi di faggi e querce , giunsi ad uscire sulla strada tra Nicastro
e S. Biase, dove mi sono recato nelle prime ore di questo giorno senza che ne
transito avessi incontrato alcuna abitazione, o ricovero e senza che sapessi
luoghi per quali sono arrivato. Ad analoghe domande rispose che l’individuo
che entrò nella pagliaia era di statura giusta e piena con volto più
tosto bianco e barba rossiccia ( Gallo Antonio) ignoro chi fosse né prima
avevo avuto occasione di vederlo, ma rivedendolo potrò riconoscerlo"(20).
Si venne a sapere da testimoni di quel processo che Giuseppe Torchia, padre del
ragazzo sequestrato, fu reo di aver ucciso degli animali vaccini di proprietà del un nipote risultante
essere Giovanni Torchia, il quale si scoprì che fu il mandante della comitiva Bazzarini per il ricatto(21).
Pochi mesi dopo quel sequestro i Gallo Bazzarini verranno accusati di omicidio
premeditato ed agguato, per mandato altrui, il 29 aprile 1866, proprio del sopracitato mandante Giovanni Torchia. Non risultano agli atti dei documenti i motivi, ma possiamo ipotizzare che i motivi
furono la spartizione di quella grossa somma di denaro.
Nell’anno 1866 le Autorità di Legge individuano la comitiva Gallo
Bazzarini quali responsabili esecutori di omicidi e tentati omicidi. Il 12 febbraio
uccidono volontariamente Francesco Mete di Bruno, ed il 2 giugno il suo genitore
Bruno Mete. I due furono uccisi nella contrada Telara territorio di Sambiase.
Mentre la sera del 23 settembre attentarono alla vita di Andrea Stranges fu
Antonio di anni 42 e di Santo Vescio fu Tommaso in contrada Piano della Croce
territorio di Martirano(22). Nel maggio di quell’anno
1866 la comitiva Bazzarini si rese protagonista dell’ennesimo sequestro
a danno di Antonio Perri fu Deodato di anni 38. Il fatto accadde in loc. Gallitelli,
territorio di Conflenti. La vittima fu portata in un casolare in loc. Crozzano,
territorio di Sambiase e affidato alla custodia di una famiglia del luogo. Successivamente
costoro vennero arrestati. Per la cronaca, in una lettera fatta pervenire dai
carcerieri a Deodato Perri risultante genitore dell’ostaggio, venne richiesta
la somma di ducati 4.000. La lettera fu l’oggetto d’accusa da parte
del giudice mandamentale di Sambiase. Dopo una perizia calligrafica affidata
a quattro notai (due del comprensorio nicastrese e due della città di
Catanzaro) si arrivò a sapere che la lettera del riscatto fu scritta,
per mano di Bruno Vescio di Domenico,per conto della comitiva Bazzarini (23).
Nelle foto quell'antico casolare in contrada S.Nicola,territorio
di Sambiase, dove vennero esposte le teste di Bruno Gallo,alias Bazzarini e
del suo compagno Giovanni Guadagnuolo.(Foto Gierre)
La morte del brigante Bruno Gallo,alias Bazzarini
La fine dei Gallo Bazzarini si compì grazie alla collaborazione dei
valenti manutengoli della zona. Preziosa fu quella di Saverio Cimino(25). Il
primo a cadere fu il capobrigante Bruno Gallo, ed un suo compagno di nome Giovanni
Guadagnuolo(26). La loro morte avvenne tra la notte del 14
ed il 15 febbraio 1867 in un casolare di proprietà(27)di
donna Emerenziana D’Audino presso loc. S.Nicola di Caronte, territorio
di Sambiase. E' da sottolineare che quando i militi della guardia Nazionale riuscivano a catturare i briganti, non esitavano ad avere anche loro "comportamenti" da briganti. In riferimento alla cattura dei due sopracitati briganti,non esitarono a mozzare loro le testa ed esporle trionfalmente
sul davanzale di quel casolare, a monito di chi intendeva emulare i briganti.
Su questa efferata morte del capobrigante Gallo Bruno si sono tramandati oralmente,
tra la gente più anziana di quelle contrade, ulteriori particolari,che
mi riserbo di raccontare con il beneficio dell’inventario: “Si dice,
appunto, che Antonio Gallo,alias Bazzarini, accortosi di quel raggiro che dei
militi erano travestiti da briganti in quel casolare, si apprestò a uscire fuori per un bisogno corporale. Quando ebbe agio cercò con un fischiettio particolare
di avvisare i malcapitati compagni. Ma quei militi (provenivano da Aprigliano,Cosenza) non gli diedero scampo. I due malcapitati briganti, Bruno Gallo e Giovanni Guadagnuolo, furono uccisi e i loro corpi vennero straziati a tal punto che il loro sangue imbrattò le mura di quel luogo per diversi anni.
Poche settimane dopo quella orrenda morte lo stesso brigante Antonio Gallo Bazzarini insieme ad altri
uccise un tale soprannominato “u sciglianisi” (un manutengolo nativo
della vicina Scigliano, in territorio della provincia di Cosenza) e che accecato
dalla morte del germano Bruno, uccise, presso un crocevia posto tra i comuni
di Conflenti e Scigliano,dei poveri viandanti, i quali avevano la sola colpa
di appartenere allo stesso territorio dell’infame "sciglianisi”.
Invece da documenti incofutabili attestiamo che il brigante Antonio
Bazzarini uccise tale "Scilla" reo di aver fatto la spia. Ecco cosa riporta il documento: il 12 luglio di quel fatidico anno 1867 coadiuvato dai fratelli Mastroianni
Felice e Gennaro di Giuseppe, alias Ciraso(28), uccisero nella
Valle di Brescia, territorio di Gizzeria, un uomo,soprannominato Scillo(29),
di cui non si conoscevano le generalità, al quale tolsero la lingua e
recisero la testa che deposero sopra una pianta di faggio, coprendola di frasche.
Lo Scillo fece loro da spia perché fossero catturati”(30-31).
Nell'immagine una foto emblematica in stile propaganda. Si possono scorgere
dei militi che posano attorno a dei briganti seduti uno accanto all'altro. Le
mani di qualche milite è posta a sorregere i corpi esanimi degli stessi
briganti!!
La morte del brigante Antonio Gallo,alias Bazzarini.
Il 24 novembre di quel fatidico anno 1867 venne ucciso in un conflitto a fuoco
in contrada S.Minà, territorio di Gizzeria, il capobrigante Antonio Gallo
Bazzarini. Con la distruzione della banda "Macrina" finì l'utimo
brigantaggio a Sambiase. Ecco come testimonia il telegramma inviato dal Prefetto
di Catanzaro alla Deputazione Provinciale sull’avvenuta morte del famoso
brigante Antonio Gallo Bazzarini: ’’ Il Sottoscritto è
lieto di far conoscere alla Onorevole Deputazione Provinciale che dietro di
avere ordinato l’arresto di un valente munitengolo, e ordinato un servizio
di Carabinieri travestiti tra la notte del 23 al 24 è stato ucciso in
conflitto a fuoco nel territorio di Gizzeria il famoso brigante Bazzarini che
da quattro anni infestava le contrade del Circondario di Nicastro(32).
Come precedentemente accennato un'altra organizzazione più potente si
stava insediando allo sconfitto brigantaggio.
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NOTE:
(1)B/129 fasc.3 ex 39.3 Oggetto: Distruzione
della Banda della ''Macrina'' e uccisione del Capobanda Antonio Gallo'' Bazzarini''
nel circondario di Nicastro.1867;
(1a)Distanza compresa tra punta del pollice e quella del mignolo
di una mano con le dita divaricate e tese.Corrisponde a 25cm.
(1b) da: "DIARIO D'ITALIA due secoli di storia
giorno per giorno" IL GIORNALE, 1994;
(2) La mancata risoluzione della questione demaniale e il bando
della leva (dicembre 1860) con cui si richiamavano alle armi tutti i soldati
del disciolto esercito borbonico (il bando che sottraeva il sostegno alle famiglie
nel momento della più acuta crisi economica) sono i primi motivi della protesta
contadina. Molti dei richiamati sono renitenti alla leva, e corrono a raggiungere
le bande armate che già operano nel Mezzogiorno. Ludovico Greco da: "Piemontesi,
Briganti e Maccaroni" Guida editore, Napoli, 1975;
(3) Gli articoli della leva erano.
Art. 1. Sono chiamati sotto le Armi a far parte del Nostro Esercito attivo tutti
gli individui delle Provincie Napolitane, i quali furono obbligati a marciare
per le Leve degli anni 1857, 1858, 1859 e 1860 per il già Esercito delle Due
Sicilie.Questa chiamata comprende benanche gli individui che obbligati a marciare
per conte delle Leve degli anni anzidetti, non si siano ancora presentati.
Art. 2. Tutti gli altri individui appartenenti al già Esercito delle Due Sicilie
non compresi nelle Leve indicate nello articolo precedente, i quali non hanno
compito il loro impegno, o che avendolo espletato non possono legalmente comprovarlo,
sono tenuti alla continuazione del servizio, ma saranno rinviati nelle rispettive
loro Patrie con licenza illimitata, coll'obbligo però di dover marciare a qualunque
chiamata. Qualora in qualche provincia o comune si manifestassero mene ostili
al Nostro Governo, tutt'i militari di cui è caso appartenenti a quella provincia
o comune, saranno immediatamente chiamati sotto le armi.
Art. 3. Tutti gl'individui che a termine dello articolo 1.° sono chiamati a
marciare, dovranno entro tutto il mese di gennaio 1861, essersi presentati al
Deposito Generale in Napoli, e qualora non vi adempissero, verranno le reclute
dichiarate refrattarie, ed i soldati disertori, e quindi puniti secondo le leggi
vigenti in queste Provincie Meridionali.
Art. 4. Per gl'individui i quali trovinsi già nelle antiche provincie del Regno,
o riuniti in depositi speciali , provvederà in conformità direttamente il Nostro
Ministro Segretario di Stato per la Guerra.
Art. 5. Rimane a cura de' Governatori e de' Comandanti militari lo esatto e
sollecito adempimento delle prescrizioni che riflettono i militari tutti i quali
si trovano sparsi in queste Provincie meridionali.
Il Nostro Ministro Segretario di Stato per gli affari della Guerra è incaricato
dell'esecuzione del presene Decreto che sarà registrato alla Corte de' Conti
Da Napoli addì 20 dicembre 1860. Firmato - VITTORIO EMMANUELE.
(4) Dai verbali processuali abbiamo ricostruito quel che doveva
essere la prima comitiva Bazzarini. Erano giovani renitenti alla leva provenienti
dalle frazioni a nord di Sambiase. I loro nomi erano: Filippo Vescio di Antonio,
Bruno e Vincenzo Vescio di Domenico, Pietro Vescio di Vincenzo tutti da contrada
Crozzano; Bruno, Antonio e Felice Matroianni di Gennaro alias “i Ceraso” da
contrada S.Minà ; Luigi Tallarico fù Nicola da contrada Serra Castagna; Luigi
Gallo, Felice e Luigi Isabella alias Felicioni, Angelo Bilotta fu Francesco,
Tommaso Bilotta, Fedele Rocca tutti da contrada Acquadauzano; Saverio, Domenico
e Francesco Mete di Giovanni, Gregorio Mete di Pasquale da contrada Matacca;
Serafino Brescia,Francesco Cacozza,Gaspare Palermo,Giuseppe Statizzo,Lupantonio
Barillaro,Francesco Giovanni Barillaro tutti da Gizzeria. Gli stessi germani
Gallo Bazzarini provenivano dalla località “Ansiarmi” ovvero loc. Anselmi. Questa
località “Anselmi” sicuramente aveva preso il nome di Nicola Anselmo Gallo genitore
degli stessi germani Bazzarini. Era uso tra quelle comunità individuare il luogo
di residenza dal nome o dal nomignolo del capofamiglia.
(5) I Manutengoli erano coloro che a secondo la classe sociale
di appartenenza informava il / i briganti circa l’entità dei patrimoni delle
persone da ricattare fornendo viveri, armi e mezzi, indicando le vendette da
compiere e svolgevano opere di protezione.
(6) Miscellanea dei Processi Penali serie 1° ;categ.27; B5;
fasc.59; 1860/1870
(7) Miscellanea dei Processi Penali serie 1°; categ.27; B5;
fasc.60; 1860/1870
(8) Felice Rocca da Tomaini (Decollatura), Francesco Folino
di Giovanni alias Maddea e Serafino Calabria da Conflenti; Caputo Angelo,Antonio
Torchia e Giovanni Torchia da Gizzeria; Achille Serianni da Falerna;
(9) I nominativi che composero la banda D'Audino-Bazzarini
sono stati estrapolati dai verbali processuali riguardanti i briganti Bazzarini,
fondo reati di brigantaggio (Archivo di Stato di Cz);
(10) La gente fu talmente scossa e terrorizzata da tale efferatezza
criminale che fino agli anni ’30 del secolo passato correva ancora alla mente
dei più anziani il ricordo violento dell'era bazzariniana. Un detto sambiasino
diceva: ‘ Avera i fhari a fini d’hi bazzarini ” ovvero “dovresti subire
la stessa sorte dei Bazzarini" volendo indicare che alla fine le malefatte non
danno scampo a nessuno;
(11) Comunicazione orale a mezzo di un conoscente o amico reciproco;
(12) Fondo Miscellanea dei Processi Penali: serie 1 °categ.
27 Sambiase1860/1870 B/5 fasc.61 Oggetto: Antonio e Bruno Gallo ed altri imputati
di omicidio avvenuto in c.da Acquadauzano,territorio di S.Biase1864;
(13) ibidem
(14) ibidem
(15) B/82 fasc.758 Oggetto: Gallo Bruno e Antonio Briganti
''Bazzarini'' 2/1864. Fondo reati di brigantaggio;
(16) ibidem
(17) B/127 fasc.26 ex 37.26 Oggetto: Compenso dovuto ad alcune
guardie Nazionale di S.Biase per l’arresto del brigante Luigi Isabella.1864;
Fondo: Prefettura serie 1 ° Categ.27 Brigantaggio 1860/1870;
(18) B/86 fasc.800 Oggetto: Gallo Bruno e Antonio Briganti
''Bazzarini'' 1865;
(19) B/6 fasc.64 Oggetto:Antonio e Bruno Gallo da S.Biase e
Antonio Torchia da Gizzeria imputati di connivenza col brigantaggio,e mancata
estorsione,mancato omicidio.1865;
(20) ibidem
(21) ibidem
(22) B/82 fasc.758 Oggetto: Gallo Bruno e Antonio Briganti
.
(23) B60 fasc.531 Oggetto: Bruno Vescio e altri di S.Biase
accusati di complicità armata e sequestro di Antonio Perri da Conflenti; Fasc.981
Oggetto:Bruno Vescio e altri 1866, Fondo reati di brigantaggio; B/3 fasc.56
( Corte d'Assise di Catanzaro) Oggetto: Vincenzo Vescio accusato di complicità
di malfattore 1868; B/8fasc.113 Oggetto:Antonio Gallo alias Bazzarini da S.Biase
e altri malfattori accusati di mancata estorzione con sequestro di persona in
territorio di Conflenti.1866;
(24) B/129 fasc.3 ex 39.3 Oggetto: Distruzione della Banda
della ''Macrina'' e uccisione del capobanda Antonio Gallo nel circondario di
Nicastro.1867, Archivio di Stato di Catanzaro, fondo brigantaggio.
(25) Il 14 febbraio 1867 i fratelli Gallo, sopra indicati,
furono perseguitati dalle guardie civiche, perché erano diventati terrore di
quelle contrade. Poste le debite spie, preziosa quella di Cimino Saverio, le
guardie di Aprigliano uccisero il bandito Gallo Bruno, di anni 28; A. Trapuzzano,“Malandrinaggio
e brigantaggio nel territorio di Gizzeria dal 1450 al 1883”.
(26) Nel libro dei morti della Parrocchia S.Pancrazio di Sambiase
(anni 1856-1869) si legge:
- Bruno Gallo Anselmo Bazzarini Atto n° 181 del 14 Febbraio 1867 FACINOROSUS
INTERPETUS FUIT OBTRUNCATO CAPITE ESIUS CADAVER SEPULTUS EST IN S.ROCCO;
- Giovanni Guadagnuolo di Francesco atto n° 181 del 15 Febbraio 1867 ’’RECAPTOTOR
CODEM OCCUBUIT IUS CORPUS OBTRUNCATO CAPUT IVI SEPULTUM EST IN S.ROCCO. VIR
FACINOROSU INTERFUTUS EST NATATIS 25 a. c. EIUS CADAVER BENEDICTUM SEPULTUS
EST IN S.ROCCO.
______Nota a tergo di G.Ruberto : Ricordiamo, che a Sambiase nei secoli
passati chi subiva una morte violenta veniva seppellito dentro la chiesetta
di S. Rocco (1442) . Oggi quel luogo non esiste più. Al suo posto (via Redipuglia-
via S.Rocco) sorge un supermercato. Sarebbe buona cosa, un giorno, potervi
innalzare un segno tangibile alla memoria di quella antica chiesetta il cui
ponte nelle vicinanze ne prese nomignolo.
(27) Archivio Stato civile di S.Biase atto n° ord.
31. Guadagnuolo Giovanni di anni 27, figlio di Francesco e di Maria D’Elia,
morì alle ore 2 del 14 Febbraio 1867 nel casolare di donna Emerenziana D’audino.
(28) B/9 fasc.146 Oggetto: Bruno,Felice,Francesco e Santo Mastroianni
imputati di aver dato asilo al brigante Antonio Gallo ''Bazzarini''.Gizzeria.1867
(29) Tale “Scillo” si chiamava Felice Ruberto figlio di Antonio
alias Scilla e fù Teresa Sgrò di anni 28, marito di Francesca Isabella domiciliato
in contrada Acquadauzano. ( Libro dei morti anno 1867 Archivio Parrocchiale
S. Pancrazio- Sambiase) (30) A. Trapuzzano “Malandrinaggio
e brigantaggio nel territorio di Gizzeria dal 1450 al 1883”, pag. 36;
(31) B/129 fasc.3 ex 39.3 Oggetto: Distruzione della Banda
della ''Macrina'' e uccisione del Capobanda Antonio Gallo'' Bazzarini''nel circondario
di Nicastro.1867,Archivio di Stato di Catanzaro ‘’fondo brigantaggio.