Gb.
Molinaro
Com'era ieri il mio paese (1)
(Attraverso anche le sculture del M° Giorgio
Caporale e le pitture del M° GB.
Molinaro "I ricordi si trasformano in immagini viventi a monito
di una civiltà che ci appartiene")GIERRE
La povertà è sempre stata la caratteristica del
Mezzogiorno e della Calabria, in particolare anche nella nostra Sambiase si
viveva nella miseria e nella povertà. Sono, infatti, testimonianza delle
condizioni di disagio le casupole rovinate dei vecchi rioni, casupole che sotto
l'intonaco nuovo, il colore fresco alle pareti (dove ci sono), ecc.,
non riescono a nascondere le umilissime origini.
Gb.
Molinaro
La condizione di povertà in cui si viveva si nota anche
nel modo di vivere delle generazioni più anziane: vestito dimesso, mangiare
assai poco, apertura centellinata e sospettosa al progresso incalzante. Le
abitazioni, nella quasi totalità, come in tutta la Calabria, anche a
Sambiase erano di un solo vano a piano terra o di due, modificandosi lentamente
il criterio urbanistico, e tutte seguivano il livello della collina. La pavimentazione
in alcuni casi difettava, mentre, in altri, era fatta di pietre piatte e informi
o di cotti locali. I più fortunati tra i poveri abitavano in una casetta
(turra), anch'essa monolocale, ma fatta di mattoni di terra non cotta,
ma essiccata al sole.Per ottenere questi mattoni si faceva uno speciale impasto,
«vriastu», un composto di paglia, fango e creta.
Foto GIERRE.Una
delle tante case antiche che si trovano nel centro storico di Sambiase. Rione
Pietraliscia .
Spesso in una camera abitava l'intera famiglia, quasi sempre
numerosa. Nella camera da letto era situato un letto mastodontico (a' littera),
su cui si doveva salire con l'aiuto di una sedia. Il letto era così grande
perché doveva accogliere tutta la famiglia in quest'ordine: «allu
capizzu» riposavano genitori e figlie, «alli pidizzi» riposavano
i figli.
Inoltre, sparse in ogni vicinato erano le stalle per la custodia di greggi,
asini, muli e cavalli, tutti soggetti alla tassa sui capi di bestiame. Mancavano,
comunque, di sufficiente aerazione ed erano anche prive di ossigeno e costantemente
invase dal fumo. Mancava, naturalmente, l'acqua, che veniva attinta alle fontane
pubbliche.
Gb.
Molinaro
La rete fognaria non esisteva affatto ed era supplita dai vichi,
sicché si poteva dire che l'intero abitato era la fogna aperta di uomini
e animali e solamente le provvidenziali piogge potevano liberare le vie e l'aria
dai miasmi che si creavano.
Il bucato di cenere cotta (lissìa) era l'unico mezzo di lotta
per assicurarsi un po' di pulizia e costituiva per le donne una delle principali
occupazioni, che venivano completate nel greto del Cantagalli o nel fiume Calabria
, dove l'acqua si prestava al risciacquo dei panni.
G.Caporale
La vita giornaliera si svolgeva quasi completamente in campagna,
dove le schiere di uomini con gli arnesi da lavoro sulle spalle partivano al
mattino per tornare alla sera. A sera, verso l'imbrunire, terminava il lavoro
e di nuovo a percorrere la strada del mattino. S'arrivava a casa tardi. Moglie
e figli, quasi sempre numerosi (allora esistevano famiglie anche con dieci
persone), impazienti aspettavano «u' tata» (il nome papà
spettava a pochi benestanti) e poi, tutti insieme, consumavano quel «ben
di Dio» che s'era potuto preparare. .
Veniva presentato in un'unica «limba» (grosso piatto concavo)
a cui tutti attingevano con avidità.
Il misero salario era regolato con poco danaro e pane, grano e altre derrate,
quando non era la contropartita di un altro lavoro ricevuto, come dal forgiaro
o dal calzolaio. Il pane era l'alimento principale e nelle frazioni montuose
era di colore scuro, perché fatto di farina di castagne o di segale.
I fichi secchi costituivano il companatico abituale invernale dei poveri. Qualche
volta sostituivano la fetta di pane integrale e di «mezza crisàra»
o di grano misto a granturco o di solo granturco.
Le provviste erano disposte in casse e cassoni di legno o appese a delle pertiche
sospese al soffitto per curarsi al fumo e all'aria, quando si trattava degli
ortaggi aromatici e dei salami.
Tra questi primeggiava il lardo, che doveva mostrare anche la ricchezza della
famiglia con le sue forme doppie e romboidali pendenti e pronte al coltello,
che, per ogni cucinato, in mancanza dell'olio, doveva affettarlo e tritarlo.
Foto GIERRE. Il
casino (abitazione di campagna) anticamente del barone Nicotera di Marta in
località Cerasuolo.
Il pane, comunque fatto, era sacro: i pezzi caduti per terra
si raccoglievano con venerazione. La povertà nelle campagne era ancora
più accentuata. La vecchiaia si raggiungeva raramente, era molto precoce
e non aveva alcuna assistenza e protezione, sicché da tutti era disprezzata,
temuta, derisa dai piccoli e pesante da sopportarsi, perché la si doveva
vivere nella completa indigenza e negli acciacchi, curva sotto il peso dei faticosi
anni trascorsi sempre proni sulla terra.
I signori soltanto potevano permettersi il lusso del «casino» (così
chiamata l'abitazione di campagna). Alcune cause di tanto malessere, in
tanti paesi della Calabria e quindi anche in Sambiase, erano di ordine naturale:
terremoti, intemperie, alluvioni, pessimi raccolti, terreni incolti perché
paludosi; altre cause sono da attribuire alla cattiveria umana: proprietà
terriera accentrata per presunti diritti nelle mani di pochi, connivenze perché
disposizioni in favore dei poveri si vanificassero o di esse beneficiassero
i ricchi, che di fatto ampliarono i loro patrimoni.
Contro lo strapotere dei ricchi e degli arricchiti, per sottrarsi all'egoismo
calcolatore, la povera gente, qualche volta, si ribellò lavorando poco,
lavorando male e abbandonando la terra dei padroni per emigrare in «America»
oppure infierendo con la violenza.
Nella foto il famoso "sciopero delle carrette" effettuato sul corso Numistrano di Nicastro negli anni '50.
Per la fame si sollevò pure più volte la popolazione
intera contro le amministrazioni comunali e gli enti e gli uffici che li rappresentavano
nella erogazione di sussidi. Furono la sfiducia verso i tutori della legge,
il moltiplicarsi delle angherie, il vendicare il sopruso, il vendicare l'onore,
il farsi giustizia con le proprie mani e altre cose a determinare la violenza
da una parte e il brigantaggio dall'altra.
Nel carcere finivano gli sprovveduti. Molti si davano alla macchia avvantaggiati
dai boschi, oppure fuggivano «oltre Oceano» dove, sotto altro nome,
si ricostruivano una presunta vita nuova.
La violenza, a Sambiase, non sempre è stata ritorsione a offese gravi;
ma bastava una parola di troppo, un gesto, un presunto diritto violato, un paniere
di ciliege spiluccate nel campo confinante del proprio fratello, un po' di orgoglio
umiliato: erano questi i motivi per uccidere. Teatro preferito per i delitti
mortali, la campagna.Ma ne furono consumati anche in paese.
Foto GIERRE. Sambiase, la via d'Anzaru
La località Anzaro era conosciuta come il luogo nel
quale avvenivano i duelli ad arma bianca.
Se la vittima è donna, si suppongono anche retroscene passionali. La
donna che ha subito una violenza, non si arma per vendicarsi, ma arma la mano
del fratello, del padre per lavare nel sangue l'onta subìta.
Il Sud e la Calabria, in particolare, chiusi nei residui feudali, sprovvisti
di risorse, gravati da tasse, impossibilitati, quindi, a creare una industria
locale, erano, dunque fermi all'agricoltura di sussistenza.
Gb.
Molinaro
La popolazione, a causa della malaria, era costretta a vivere
in grossi borghi, situati in alto e lontano dai campi. L'uomo partiva all'alba
per andare a lavorare nei campi e tornava dopo il tra monto e, all'epoca dei
grandi lavori, vi restava per tutta la settimana; le donne vivevano chiuse nel
loro piccolo mondo fra le faccende domestiche e le fatiche del filatoio, del
telaio, del lavatoio.
A Sambiase il lavoro era compiuto a mano e non con le moderne e brave macchine
di oggi: il contadino lavorava la terra con la zappa, mieteva il grano con la
falce, pigiava l'uva con i piedi, spaccava la legna con l'accetta... Si faceva
aiutare dai buoi o dal mulo per arare la terra, dall'asino o dal cavallo per
trasportare le derrate agricole o per essere trasportato dalla casa alla campagna
e viceversa.
Foto GIERRE. Sambiase,
"a cruci da chiazza"
Il contadino prestava la manodopera a giornata, il bracciante
vendeva tempo e forze fisiche dal primo mattino al tramonto inoltrato per rendere
fertile la terra altrui in cambio di retribuzione per non morire di inedia.
I braccianti di Sambiase si facevano trovare o «alla cruci da chiazza»
o più recentemente «alla villa», per offrirsi ai cosiddetti
«padroni». Erano equipaggiati con zappone a cui era legato, dato
che era portato in spalla, «u' stiavuccu» (piccola tovaglia
contenente mezzo pane, quasi sempre di granone, un pugno di olive e poche sarde
salate).
Gb.
Molinaro
Al prezzo convenuto col padrone, molto basso per l'abbondanza
di manodopera, si avviavano in campagna col padrone. Andavano a piedi, solo
qualcuno viaggiava con la bicicletta
Non appena arrivati, iniziavano il duro lavoro sotto lo sguardo sempre vigile
del padrone o di un suo delegato. Guai a chi si allontanava a lungo per un bisogno
fisiologico: correva il rischio di essere «scapulatu» (mandato
a casa).
Negli anni '36-'37, si conduceva una vita molto misera.
Gb.
Molinaro
Chi faceva il bracciante agricolo, u `zzappaturi", si
alzava alle quattro del mattino con la zappa sulle spalle e "lu' stiavuccu"
legato al manico. A quei tempi le scarpe erano privilegio di pochi, per i `zzappaturi"
c'erano "i purcini", sandali di cuoio o di pelli di animali legati
con un lungo laccio alla gamba.
Il padrone gli stava sempre vicino incitandolo a lavorare di più. Egli,
per forte bisogno e per timore di non essere pagato alla sera, si sforzava a
dare di più. La paga era di 30 soldi al giorno. Il lavoro s'interrompeva
verso mezzogiorno per mangiare un pezzo di pane e formaggio e bere un quarto
di vino offerto dal padrone in un bicchiere di latta. A quei tempi, non si usava
l'orologio, per la fine della giornata lavorativa ci si regolava col sole. Alle
sette di sera "si scapulava" e si riprendeva la via del ritorno.
G.Caporale
A quei tempi la Previdenza muoveva i primi passi. Purtroppo, specialmente al Sud, le norme non venivano rispettate. I proprietari
spesso si spalleggiavano con i Galantuomini del paese. Nel periodo fascista,
le lavoratrici agricole avevano diritto alla conservazione del posto e al trattamento
economico per tre mesi per gravidanza e puerperio.
Nell'immediato dopoguerra, gestanti e puerpere non dovevano svolgere lavori
pesanti o insalubri. Venivano tutelati anche i minori di quattordici anni, mentre
i minori di sedici potevano svolgere soltanto i lavori leggeri. Inoltre, era
vietato il lavoro notturno alle donne. Bisogna, però, precisare che,
durante il fascismo, le poche norme di leggi in materia di lavoro non venivano
applicate e quindi i lavoratori erano alla completa mercè dei datori
di lavoro.
Con la caduta del fascismo e l'instaurazione della Repubblica, le cose cambiarono
in tutta Italia e, anche a Sambiase. I lavoratori cominciarono ad avere un trattamento
migliore da parte dei padroni, sia dal punto di vista economico che da quello
assistenziale e assicurativo.
Il verbo «scioperare» era praticamente sconosciuto; ignorata la
solidarietà concreta col più debole; inchini e «scappellate»,
invece, ai «Don», dei quali “ci si gloriava di essere al loro
servizio”. La conduzione dell'azienda era diretta. Gerarchia nel personale,
ma tutti alle dipendenze del «padrone».
Gb.
Molinaro
Tutti i salariati, uomini e donne, se chiamati dovevano prestare
il loro servizio per il «Palazzo» e per i «Signori».
Personaggio di rilievo è il fattore. È l'uomo di fiducia. Fa le
veci del padrone negli affari ordinari, esige, paga, annota, ha sempre il calendario
dei lavori, dei mercati, tiene aggiornata la mappa dei salariati e le retribuzioni
in natura (grano, olio, sale, ecc.)
I salariati erano tutti maschi e dal lavoro svolto prendevano la qualifica:
cocchiere, vaccaro, porcaro, mandriano, ecc.
I mezzi tecnici della lavorazione erano quelli che erano: zappe, zappette, picconi,
pale, accette (tutti strumenti azionati dai muscoli dell'uomo); màngani,
cardi, trivelle azionati dai muscoli delle donne; aratri di legno con o senza
vomere di ferro tirati da flemmatici buoi e direzionati dai bifolchi in un andirivieni
tra i solchi dalla mattina alla sera.La produzione non era tutta destinata al
commercio: parte era destinata alla semina, parte alle integrazioni salariali
e parte al consumo corrente.
Gb.
Molinaro
Dalla pianura ancora paludosa e malarica affluivano nei magazzini
il grano, la segale, il granturco. La paglia veniva in parte usata con le foglie
delle pannocchie, per riempire un rudimentale materasso piuttosto grande (saccuni)
per il letto; veniva poi adibita come pasto degli animali e come strame
nelle stalle, reciclato, a sua volta, come concime, caricato e scaricato dai
foresi sui carri con i tridenti di legno, raramente di ferro.
A maggio si tagliava il fieno. A settembre si cavavano le patate e si provvedeva
alla raccolta delle mandorle, «si manganava» il lino. Il lino veniva
seminato in un terreno piuttosto fresco. Aveva più o meno, la stessa
altezza del grano, ma non si aspettava che producesse i semi, se non per seminarlo
di nuovo l'anno dopo. Si mieteva, invece, quando la pianta produceva un caratteristico
fiore azzurrognolo. Veniva, poi, legato in mazzi, «gregni», e messo
al sole. Quando era essiccato, si portava alla macerazione, cioè si teneva
in ammollo nell'acqua corrente dei torrenti affinché la fibra legnosa
si sfilacciasse e si prestasse alla lavorazione. Nell'acqua restava una ventina
di giorni, poi si procedeva alla battitura, con un mattarello di legno appositamente
creato. Poi si manganava; la stoppa che veniva ricavata non era pura perché
era impossibile fare un lavoro perfetto, ma si procedeva lo stesso alla filatura.
Sambiase,
il famoso laboratorio delle suore Carmelitane
C'erano mani molto esperte per fare ciò. Si ricordano
alcune vecchiette che filavano il lino con mezzi e attrezzi artigianali dell'epoca
(cunocchia e fusu), dalla mattina alla sera e, sembrava non si stancassero
mai. Il lino, una volta filato poteva essere tessuto con i telai domestici e
trasformato così, in bellissime lenzuola, tovaglie, asciugamani, anche
se grezze e ruvide all'inizio, con l'uso venivano acquistando sempre più
candore e morbidezza. Da tenere presente che le lenzuola venivano lavate con
sapone di casa o con la liscivia e non con i detersivi profumati e leggeri di
cui disponiamo oggi.
Il processo di lavorazione del lino era molto faticoso e mal retribuito, se
si pensa che per ogni manganatrice c'erano solo cinquanta centesimi a giornata.
Per la raccolta delle ulive, si formavano le «squadre» delle raccoglitrici
con una «caposquadra» e il «guardiano».
Gb.
Molinaro
La prima «scarma» (caduta delle olive)
tra la fine di agosto e i primi di settembre. In seguito «le squadre»
si spostavano da un fondo all'altro con cadenze regolate dall'annata e dai venti.
A nessuna delle raccoglitrici era permesso di scostarsi dall’«anta»
per raccogliere dove il frutto era più abbondante. Le più provette
raccoglievano «a due mani», le ragazze infreddolite e tossicchiando,
accodate alla mamma le riempivano il paniere a pugnelli perché nei giorni
della retribuzione potesse essere assegnata una razione più consistente
di olio.
La razione raramente corrispondeva al quantitativo che ogni raccoglitrice, per
proprio conto, aveva inciso sulla verga verde e neanche la qualità era
di quella destinata alla mensa del padrone.
Durante la raccolta l'olio era posto in mercato a due lire, a prezzo differenziato
«l'olio nero», quello scaldato e la «morga», scarto
dello scarto che serviva per fare il sapone.
Non si trascuravano i «barchi» (agrumeti), remunerativi
per il prodotto pregiato (le arance) molto richiesto sui mercati. Voce attiva
e consistente la foglia di gelso bianco per il baco, allevato in molte famiglie,
tra maggio e giugno per uso familiare e per il commercio.
Il mese di maggio era dedicato alla produzione del baco da seta. Era un lavoro
svolto prevalentemente da donne e bambini, perché leggero. Essi, infatti,
quasi ogni giorno andavano a raccogliere «u'pampinu», cioè
foglie di gelso, che costituivano il cibo prediletto dal «siricu»,
il baco da seta.
Verso metà giugno il lavoro veniva premiato con i bozzoli. Purtroppo,
anche allora, i bozzoli venivano venduti ai tramezzieri, che non si contentavano
dell'onesto guadagno. Alcuni, molto pochi, estraevano la seta che veniva tessuta
nei telai nostrani. Dagli acquitrini, nidi di zanzare, i redditi della verga
per farne cestelli, «crivi», e «vuda» (sala)
«laganu», richiesta dai «seggiari» (sediari)
e «crivari»(cestaioli).
Gb.
Molinaro
Gli allevamenti di bestiame costituirono attività concomitante
all'attività più propriamente agricola. Alcuni allevamenti erano
per accrescere il volume del commercio, altri come sussidio immediato e necessario
alle forze fisiche dell'uomo.
Gb.
Molinaro
A parte gli animali da cortile, il cui mantenimento era contenuto
nei livelli più bassi, le attenzioni si concentravano nell'ordine sui
bovini, ovini, equini, suini.In un paese agricolo come Sambiase, l'asino era,
tra i mezzi di trasporto, il più diffuso e necessario, la cui bardatura
di lavoro era costituita dal «basto».
«I ‘mbastari» hanno ormai cambiato mestiere, perché
per i pochi asini rimasti, il basto lo si comprava a Nicastro nei mercati agricoli
e di bestiame. Ancora oggi, alcune persone vengono etichettate col nome di «mbastari»,
che è un appellativo niente affatto dispregiativo. Attorno all'attività
agricola fiori vano altre attività come quelle del maniscalco, del falegname,
dello stagnino, del ciabattino, dell'aggiusta ombrelli (umbrillaru),
dell'aggiusta sedie (seggiaru), del merciaiolo, ecc.
G.Caporale
Il maniscalco trovava molto lavoro a Sambiase per il fatto
che, essendo un paese agricolo, c'erano molti muli, asini e cavalli, che avevano
spesso bisogno di essere «ferrati», cioè di avere i ferri
nuovi sotto gli zoccoli.
Il maniscalco, dapprima, toglieva all'animale il ferro consumato, poi, puliva
l'unghia, bruciava la superficie con il ferro rovente e, infine, inchiodava
il ferro sullo zoccolo con i chiodi .
G.Caporale
Il ciabattino era colui che aggiustava e faceva le scarpe (infatti,
si chiamava «u scarparu»). Egli aveva una piccola bottega,
in cui lavorava da mattina a sera, rattoppando il cuoio molto spesso,o mettendo
sui fondi chiodi (detti «tacci») e ferri per evitare che le scarpe
si consumassero troppo.
L'aggiusta ombrelli (umbrillaru) svolgeva la sua attività girando
per le vie del paese e invitando le gente a farsi riparare l'ombrello. Alla
fine del lavoro, il prezzo era in denaro, oppure in alimenti come fagioli, grano,
vino, olio, ecc.
L'aggiusta sedie (seggiaru) girava, anch'egli, per le vie del paese,
chiedendo alla gente sedie da aggiustare a domicilio.
Il merciaiolo girava per il paese con una cassetta di legno, legata al collo
per mezzo di una corda. Nella cassetta erano aghi, ditali, fili, forbici, pettini,
«pettinisse», «spatini» (usati dalle donne per fermare
i capelli), ecc. Tutte queste cose erano utili alla casa, ma, principalmente,
alla massaia.
Nelle classi sociali, gli artigiani occupavano il gradino superiore del bracciantato
agricolo e quello inferiore del ceto impiegatizio. La vocazione artigianale
nasceva, si formava, veniva esercitata prevalentemente in paese, per gli abitanti
del luogo. L'uomo artigiano «si armava 'a putiga» (la bottega);
la donna artigiana (sarta, per lo più) lavorava in casa, la
tessitrice lavorava al telaio.
Botteghe e telai erano situati negli seminterrati umidi, scarsamente arieggiati
con pavimenti in terra battuta. Ambienti adatti per la tubercolosi, i reumatismi,
la cecità.
Sambiase,anno 1954. La bottega dei germani Caporale. Nella
foto al centro il maestro Giorgio con un gruppo di apprendisti falegnami .Foto
archivio F.A.Caporale.
Le botteghe erano frequentate da apprendisti e ragazzi perché
non andassero liberi per le strade. Le ragazze, invece, frequentavano «a
maistra» (sarta) e tutte avevano il loro lavoro. In questi ambienti
vi era anche il momento della preghiera e del canto. Gli apprendisti non venivano
retribuiti; i ragazzi erano tenuti gratuitamente e davano, all'occorrenza una
mano alla «maistra» o al «summastru» nei lavori agricoli:
raccolta delle ulive, dell'uva, dei fichi, delle ghiande e così via.
anno
1960. I germani Caporale rinomati e stimati maestri artigiani di Sambiase.Foto
archivio F.A.Caporale.
Nei mestieri vi era anche una certa gerarchia: capomastro,
mastro, apprendisti con compiti di scarsa rilevanza, discepoli col compito di
servire i mastri. Al capo spettava, per rispetto, l'appellativo di «signor
maestro» (summastru), senza l'aggiunta del nome; ai maestri, l'appellativo
di «mastru» seguito dal nome (Mastru Cicciu), gli inservienti
si appellavano semplicemente col nome.
Molti mestieri, col mutare dei tempi, non sono più esercitati, altri,
per sopravvivere, dovettero aggiornarsi. Quando qualche artigiano “chiudeva
gli occhi”, anche la loro bottega» chiuderà i battenti e
gli eredi, tutti professionisti o impiegati, faranno presto a disfarsi degli
strumenti di quel mestiere, che, esercitato con passione e costanza, diede loro
la possibilità di ascendere altri gradini nella vita sociale. Forse eviteranno,
per pudore, di raccordare la loro posizione sociale al mestiere dei genitori.
Alcuni mestieri sono scomparsi, altri non hanno vita lunga perché non
vi è richiesta del prodotto e perché, esercitati alla maniera
primitiva, sono scarsamente redditizi. È scomparsa anche la figura artigianale
del setacciaio ('u crivaru). I crivelli tanto usati dalle contadine
per ripulire il frumento e i cereali. La materia prima abbondava nei pantani
della piana di S.Eufemia. I crivelli di filo di ferro e della plastica ne segnarono
la morte e la fine della figura del «crivaru».
Le poche attività artigianali locali non potevano soddisfare tutte le
esigenze delle famiglie. Un contributo lo davano i mestieri dei «Girovaghi»:
gli affila-forbici e coltelli, i setacciari, spurtunari, varrilari, siggiari.
Gb.
Molinaro
Questi i mestieri scomparsi. I mestieri seguenti, invece, sono
in fase di estinzione: sta scomparendo la figura della «Massara»,
cioè la tessitrice per conto terzi, aiutata da un certo numero di discepole
impegnate a tessersi il corredo. Le massare erano poche, le tessitrici in proprio
molte. La massara lavora e insegna a lavorare il lino, prodotto in abbondanza.
Tesse e insegna a tessere la seta di bozzolo, per uso familiare. Il telaio della
«massara» ha trovato sistemazione nel pianterreno della casa (catuaiu).
All«anìmulu» (arcolaio) e all'incannatoio (fusufierru)
si danno il cambio le adolescenti sia per preparare i cannoli per l'orditrice,
che le cannelle per le navette. Si ottengono così sacchi, sacconi, tovaglie,
lenzuola, coperte, camicie, ecc.
La preziosità dei tessuti è ancora, fortunatamente, largamente
testimoniata, ma non ben custodita, né sufficientemente apprezzata.
Smessa la coltivazione del lino sono scomparse le figure delle manganatrici,
delle cardatrici, delle filatrici: Si è impoverito il vocabolario di
molte voci: fhusu, fusufhierru, matassaru, cardu, anìmulu, ligatura,
trama, stame, 'ntrusciu, incannare e altri ancora.
Con i nomi sono in via di estinzione gli oggetti corrispondenti.
Il sarto (custuliari), il calzolaio (scarparu), il falegname, il muratore
hanno lasciato una tradizione.
Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale l'agricoltura subì
trasformazioni radicali sia in pianura che in collina. Le distese di grano furono
soppiantate dagli ortofrutticoli destinati ai mercati interni e internazionali,
aumentarono i vigneti.
C'erano, invece, parecchi frantoi, che provvedevano a macinare le olive con
delle pietre enormi di forma circolare, che giravano sempre su se stesse, e
che per fare sgorgare l'olio utilizzavano delle presse cilindriche. Il lavoro
richiedeva l'aiuto indispensabile di molti operai e l'utilizzazione di acqua
in abbondanza. Questa è la ragione principale per cui i frantoi sorgevano
lungo i corsi d'acqua e, soprattutto, lungo il torrente Cantagalli i frantoi,
«i trappiti» di Cristaudo, Fulfaro, Mauro, Sirianni e Maione; sul
torrente Zupello e Bagni i frantoi di Gregorace, De Medici e Vescio. Anche i
mulini sorgevano lungo i corsi d'acqua, dovendo sfruttare l'energia dell'acqua
per macinare il grano, il granturco, le castagne, ecc.
G.Caporale
Come per i frantoi, la macina era costituita da enormi pietre
granitiche, ed erano azionati da uomini o sfruttavano l'energia dell'acqua.
Dalla macina si ricavava una farina integrale, che doveva essere setacciata,
prima di essere adoperata. Dal setaccio cadeva la parte migliore che serviva
a fare il pane, mentre quello che vi rimaneva, era la crusca, che veniva data
in pasto agli animali.
Foto GIERRE. Sambiase,
a sinistra (quello che rimane oggi) dell'antico mulino dei fratelli Pino; lungo il fiume Cantagalli presso il rione Pietraliscia.
Lungo il Cantagalli sorgevano i mulini di Notaro, La Scala,
Pino, Isabella, Mascaro e Sirianni. Anche i mulini ad acqua, con il passare
degli anni, sono stati sostituiti da impianti elettrici, più efficienti
ed economici di quelli antichi. Adesso sono, addirittura, completamente chiusi
o inattivi, in quanto il pane non si fa più in casa. Ma quanta differenza,tra
il sapore del pane d'oggi e quello di una volta.
La prepotenza industriale ha imposto i suoi prodotti, gusti, stili.
Si deve, però, concludere che nel tessuto sociale calabrese la produzione
artigianale non si è mai troppo specializzata, nè imposta sui
mercati extraregionali a causa dello scarso sviluppo delle città, dove,
invece, nasceva come grossa attività lavorativa urbana in alternativa
a quella contadina della campagna.
Essa è rimasta sempre attaccata all'agricoltura e tale durò fino
all'ultimo decennio, in cui ha cominciato a subire i colpi mortali dell'industrializzazione.
1)Notizie tratte da: "Sambiase casa mia",
Ricerche sull'Ambiete a cura della Scuola Media Statale - G. Nicotera - Lamezia
Terme Sambiase, parte quarta "Vita dei miei antenati", p95/118; Calabria
Letteraria Editrice Soveria Mannelli (Cz). Anno 1988.