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A cura della redazione del sito web sambiase. com

La chiesetta dei Santi Quaranta Martiri situata nelle Terme di Caronte-Sambiase

La Calabria apparteneva al patriarcato di Costantinopoli fin dalla prima metà dell’VIII secolo, allorché le locali diocesi erano state sottoposte alla giurisdizione del patriarca di Roma, cioè il papa, al quale avevano fino ad allora fatto capo. Inquadrato nella diocesi di Nicastro, il Lametino faceva così parte della provincia ecclesiastica di Calabria. Su di esso, inoltre, erano sparsi beni appartenenti alla metropolia reggina e perciò registrati nel brebion o inventario dei medesimi.

Il brebion in questione, seppur databile alla metà dell'XI secolo e quindi alla vigilia della conquista normanna, riporta dati d'epoca anteriore proprio per il Lametino. Elenca, infatti, Nicastro e i princípali monasteri dei dintorni, come S. Costantino, Santi Quaranta e S. Eufemia. Ne segue che il Lametino, se non lo era stato prima, da allora in poi venne a trovarsi integralmente sotto la sovranità di Bisanzio. Nell'885-886, infatti, avvenne la spedizione del generale Niceforo Foca il Vecchio. A lui si devono la liberazione di Santa Severina, Tropea e Amantea dagli occupanti saraceni e la conseguente riconquista bizantina della Calabria settentrionale longobarda e di altri territori meridionali. L’intera Calabria venne così riunita nella provincia ecclesiastica di Calabria.
Tuttavia un altro e più valido indizio ci permette di collegare la diffusa bizantinizzazione politica e la complementare ellenizzazione ecclesiastica e monastica del Lametino con la riconquista della fine del IX secolo. Dal già ricordato brebion risulta, in particolare, che il monastero di San Costantino e l'altro dei Santi Quaranta erano pervenuti per donazione alla metropolia di Reggio: il metropolita o arcivescovo di Calabria, Leone. Il prelato è identificabile in quanto alla fine del IX secolo: partecipò al concilio costantinopolitano dell'879-880. Anche se non sono da escludere identificazioni con altri metropoliti omonimi, non segnalati dalle fonti, la datazione è sempre per la fine del IX secolo, dati i legami del benefattore con lo strator Nasar, padre a sua volta di Leone. Appartenente verosimilmente alla famiglia trapiantatasi in provincia al seguito di un illustre congiunto, l'ammiraglio Basilio Nasar, artefice di una vittoria sugli Arabo-Siculi nell'880 nelle acque di Milazzo, e forse ne era l’erede diretto.
Non sappiamo se il metropolita fosse anche il fondatore di uno o di entrambi i monasteri poi donati alla metropolia. In ogni caso, essi, al pari di quello di Sant'Eufemia, rivelano legami con uomini di chiesa e di cultura bizantini, giunti all'indomani della riconquista per irradiarvi o consolidarvi la grecità linguistica ed ecclesiastica.
Parte integrante della Calabria bizantína anche sotto il profilo ecclesiastico, il Lametino forse aveva una sua peculiare fisionomia in campo politico-amministrativo o era destinato ad acquisirla in seguito. Il monastero di San Costantino figura - come s'è visto - nel brebion reggino come donazione del metropolita Leone alla sua metropolia: sito nei pressi di Nicastro, esso si segnala per il contorno di beni (vigne, campi, pascoli, alberi da frutto o no e perfino un monte) e soprattutto per la dedicazione a un santo particolarmente venerato a partire dalla fine del IX secolo. A diffondere il culto dell'imperatore Costantino il Grande, santo per chiesa e impero bizantini, era lo stesso basileus che volle la riconquista della Calabria e la spedizione di Niceforo Foca il Vecchio: Basilio I (867-886)
Un culto politico, codesto, in quanto atto a veicolare un'immagine sacrale di Bisanzio e della dinastia regnante dei Macedoni, posta dal suo fondatore, Basilio I, sotto il patrocinio del protoimperatore cristiano e bizantino. Dopo la fine dell'epoca bizantina il monastero di San Costantino non ebbe un proseguimento come i Santi Quaranta: la toponomastica tuttavia ne conserva memoria in prossimità del Bosco del Carra, nel cui ambito si sarebbe collocato il monastero greco di Santa Maria del Carrà. Istituito nel XII secolo. Quanto al monastero dei Santi Quaranta, una leggenda agiografica ne sottolinea la collocazione nelle antiche Terme di Aque Ange, le medioevali Calidae Aquae. Essa è tuttora inedita nelle recensioni dell'originale greco, sicché è possibile leggerla nella versione latina fatta in onore di papa Vittore III (1086-108). In ogni caso, i Quaranta Martiri sono quelli di Sebastia in Cappadocia, ai quali erano consacrate chiese erette nelle antiche Terme, per aver essi subito il martirio nel III secolo nelle gelide acque di un lago vicino a un edificio termale. Ma la leggenda agiografica, riscritta dopo il IX secolo nella Calabria bizantina da un agiografo greco, conoscitore del Lametino, li presenta sotto altre vesti, facendo di loro gli anonimi soci, originari dell'Africa, di altri martiri: i sessantatre caduti in patria e la famiglia di Senatore, Viatore, Cassiodoro e Dominata. A detta del fantasioso agiografo, ai quaranta toccò appunto il martirio nelle Terme di Aque Ange, mentre i fratelli Senatore, Viatore e Cassiodoro e la loro madre Dominata furono decapitati nel porto in cui fu elevata poi una chiesa in loro onore: la chiesa di San Senatore nel porto omonimo, noto grazie al diploma ducale normanno del 1062.
L'agiografo recepiva una tradizione di culto locale: quella di S. Senatore, cioè di FI. Magno Aurelio Cassiodoro Senatore, il fondatore di Vivarium a Squillace nel VI secolo. La sviluppava in romanzo, aggiungendo altri consanguinei e compagni come vittime del medesimo martirio. Lo scopo era di accreditare presso i nuovi fedeli greci del Lametino devozioni locali preesistenti e collegate a due distinte chiese: il culto dei Santi Quaranta, venerati nelle antiche Terme, e quello di S. Senatore, venerato nella chiesa presso il porto per quanto ormai sbiadita fosse la sua effettiva identità storica in una Calabria vieppiù ellenizzata e ignara della precedente locale religiosità latina.
Il romanzo agiografico riflette una situazione storica ascrivibile all' VIII-IX secolo, segnata dalla complementarità politico-amministrativa del Lametino con Vibona e dalla persistente destinazione di Aque Ange a centro di cure termali, sotto l'egida dell'istituzione ecclesiastica e il patrocinio dei Santi Quaranta. Di tale destinazione rende certamente conto la denominazione bassomedievale e latina de Balneo S'anctae Eufemiae e quella posteriore e volgare di Bagni, entrambe anticipate verosimilmente da antico bagno, come si legge nel brebion. Vengono così chiarite, se non le origini, almeno i referenti culturali del monastero, ben presto eponimo di un vicino centro abitato, donde provenivano homines detti appunto de Sancti Quadraginta.

(giugno 1993 - Nella foto il sottoscritto Peppe Ruberto webmaster di sambiase.com in visita ai ruderi dell' Abbazia dei Santi Quaranta in località bosco Mitojo)

Non ci cade dubbio, dunque che l’Abbazia che sorge incima al Monte S. Elia si ricollegava ad un altro eventuale “ Monastrium ” situato nelle odierne Terme. Per quanto concerne il ritrovamento di una statua della Madonna (scolpita nella roccia dagli stessi monaci) nel torrente Bagni, molto probabilmente è risalente ad una formidabile alluvione del 1781, che portò via le casette di Caronte e la stessa chiesetta dei SS.Quaranta dov’era conservata la statua della Madonna. Successivamente un’altra piena fece scoprire la statua che fu riportata nella costruita chiesa. Ancor nel 1811 l’Abbazia conservava in modo ambio i suoi beni.

Bibliografia

Lamezia Terme " Storia Cultura Economia,a cura di Fulvio Mazza, cap. Il Medioevo di Filippo Burgarella e Pietro De Leo,pp.68 a 71, Rubbettino Editore,Soveria Mannelli, Cz ;

Enrico Borrello " Sambiase-Storia della citta e del suo territorio,pp228-229,Temesa Editrice,Roma




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