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UNA VOLTA......A SAMBIASE

di Urbano Giorgio Caporale
Al tempo dei nonni non c'era tanto benessere: si andava scalzi e c'era sempre il pericolo di calpestare vetri, ferri, chiodi e altre cose. Le scarpe erano cose da "galantomi". Una cosa era certa: non c'era il pericolo di fare .... i calli! È vero non c'era benessere, ma ci si voleva bene! I legami non erano solo `u tata, `a nonna, `u ziu, `a suaru, u frati" ma c"era anche un legame forte con `u compari" del Battesimo, della Cresima, del Matrimonio. Egli diveniva " u custodi" addirittura, quando uno dei compari passava davanti alla casa dell'altro, si toglieva il cappello e salutava i muri, in segno di rispetto. In quegli anni il pane si faceva in casa, si impastava la farina con "`u livatu" dentro la "majlla". Il primo "vuccillatu" si dava al vicino, alla comare, così come quando si tornava dalla campagna, si porgeva la prima frutta raccolta alle comari. C'era uno scambio di attenzioni, di stima, di aiuto. Infatti, quando si vendemmiava o si raccoglievano le olive, le comari e i compari si aiutavano a vicenda, anche a zappare. C'era tanta solidarietà. Ora ci si ignora a vicenda! Una volta le vere educatrici erano: la famiglia, la scuola soprattutto, la chiesa. Si cresceva onesti, buoni, sinceri e laboriosi perché si ubbidiva e si mettevano in pratica tutti i consigli che venivano dati. Durante il periodo della vendemmia e la raccolta delle olive, la scuola era quasi deserta perché si andava in campagna per aiutare, con la speranza, forse, di poter comprare un vestitino nuovo.

Questo era, per le famíglíe povere, un fatto raro, perché gli indumenti si passavano dal più grande della famiglia al più piccolo. Si comprava il vestitino nuovo solo in qualche occasione straordinaria, come un matrimonio familiare, e allora si avevano anche le scarpe nuove che dovevano durare, durare e.... durare. Poveri ma felici. A quei tempi si lottava per l'unità d'Italia. Al Sud quando al Nord c'erano le paludi e si abitava nelle palafitte, noi, gente civile, avevamo Pitagora, avevamo la fabbrica della seta a Catanzaro, il prodotto veniva esportato in tutto il mondo. Si poteva essere ricchi ma la fabbrica fu smantellata per aiutare quella di Como, dove lavoravano Renzo e Lucia "I Promessi Sposi". A Falerna avevamo canne che spremute ci davano "u cannameli". Certo per noi l'Unità d'Italia è costata molto perché costretti a lascíare la patria ed emigrare.
Tornando al discorso su come si viveva al tempo dei nonni, si ricorda che a 6/7 anni chi non andava a scuola o in campagna, andava al mastro: " `u stuliari (sarto), falignami, muraturi" e si portavano i secchi di calce sulle spalle. Le ragazze andavano alla "majstra", non solo per imparare a cucire e a ricamare ma anche a fare la calza "`u cuaziettu". La mamma preparava "`a pannami" alle figlie femmine sin da piccole. Il corredo consisteva in poche lenzuola, sei asciugamani e " `u damascu" cioè la coperta di primo letto che si metteva solo nelle grandi ricorrenze e si esponeva al balcone quando passava la processione. Il fidanzamento dei giovani avveniva così: "`u schietto" e " `a schetta" si adocchiavano e poi si mandava dal padre della ragazza " `u `mbascìaturi" o si faceva la serenata. Dopo si riunivano i genitori che concordavano la dote di lui e di lei. Lui portava la terra, " `i viti", e lei portava " `a pannami" e la casa. La suocera portava "l'uaru".II matrimonio avveniva in casa e si mangiava "maccarruni i’ zzita" con il sugo di carne di capra che si consumava per secondo insieme con patate fritte e insalata. Quando si era ben pieni di vino casareccio, si passava ai brindisi che venivano dedicati alle persone di rispetto: "u patruni di casa, `a cummari e lu cumpari, i sposi" (es. di un brindisi: "chistu vino è bellu e fbinu e veni da cantina, brindisi fhazzu alla cummari Caterina"). La vita dei giovanotti si svolgeva nel proprio paese e se si riusciva a sportarsi anche solo a Nícastro era una vanteria. Si sognava il servizio militare perché si aveva la possibìlìtà dì andare in luoghi lontani come Milano, Torino... Si racconta che un ragazzo fu mandato, per fare il militare, a Vibo e, pensando di andare chissà dove si mise a gridare dal finestrino del treno: addiu Calabria sporca, iu partu e vaju a Vibbu".

Estratto dal libro “ IL TERRITORIO COME UNITA’ DIDATTICA ” Percorsi conoscitivi di Educazione Ambientale” pp.86-87 , a cura dal 4° Circolo didattico “E. Borrello” di Sambiase, patrocinato dal Comune di Lamezia Terme, collaborazione del distretto Scolastico n°6 di Lamezia Terme, grafica e organizzazione del volume Teodolinda Coltellaro (Critica d’Arte) finito di stampare nel settembre 1996 presso la Coop. Dal Margine di Lamezia T.


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