1905 p.zza Fiorentino
UNA VOLTA......A SAMBIASE
di Urbano Giorgio Caporale
Al tempo dei nonni non c'era tanto benessere: si andava scalzi e c'era sempre
il pericolo di calpestare vetri, ferri, chiodi e altre cose. Le scarpe erano
cose da "galantomi". Una cosa era certa: non c'era il pericolo di fare ....
i calli! È vero non c'era benessere, ma ci si voleva bene! I legami non erano
solo `u tata, `a nonna, `u ziu, `a suaru, u frati" ma c"era anche un legame
forte con `u compari" del Battesimo, della Cresima, del Matrimonio. Egli diveniva
" u custodi" addirittura, quando uno dei compari passava davanti alla casa dell'altro,
si toglieva il cappello e salutava i muri, in segno di rispetto. In quegli anni
il pane si faceva in casa, si impastava la farina con "`u livatu" dentro la
"majlla". Il primo "vuccillatu" si dava al vicino, alla comare, così come quando
si tornava dalla campagna, si porgeva la prima frutta raccolta alle comari.
C'era uno scambio di attenzioni, di stima, di aiuto. Infatti, quando si vendemmiava
o si raccoglievano le olive, le comari e i compari si aiutavano a vicenda, anche
a zappare. C'era tanta solidarietà. Ora ci si ignora a vicenda! Una volta le
vere educatrici erano: la famiglia, la scuola soprattutto, la chiesa. Si cresceva
onesti, buoni, sinceri e laboriosi perché si ubbidiva e si mettevano in pratica
tutti i consigli che venivano dati. Durante il periodo della vendemmia e la
raccolta delle olive, la scuola era quasi deserta perché si andava in campagna
per aiutare, con la speranza, forse, di poter comprare un vestitino nuovo.
Questo
era, per le famíglíe povere, un fatto raro, perché gli indumenti si passavano
dal più grande della famiglia al più piccolo. Si comprava il vestitino nuovo
solo in qualche occasione straordinaria, come un matrimonio familiare, e allora
si avevano anche le scarpe nuove che dovevano durare, durare e.... durare. Poveri
ma felici. A quei tempi si lottava per l'unità d'Italia. Al Sud quando al Nord
c'erano le paludi e si abitava nelle palafitte, noi, gente civile, avevamo Pitagora,
avevamo la fabbrica della seta a Catanzaro, il prodotto veniva esportato in
tutto il mondo. Si poteva essere ricchi ma la fabbrica fu smantellata per aiutare
quella di Como, dove lavoravano Renzo e Lucia "I Promessi Sposi". A Falerna
avevamo canne che spremute ci davano "u cannameli". Certo per noi l'Unità d'Italia
è costata molto perché costretti a lascíare la patria ed emigrare.
Tornando al discorso su come si viveva al tempo dei nonni, si ricorda che a
6/7 anni chi non andava a scuola o in campagna, andava al mastro: " `u stuliari
(sarto), falignami, muraturi" e si portavano i secchi di calce sulle spalle.
Le ragazze andavano alla "majstra", non solo per imparare a cucire e a ricamare
ma anche a fare la calza "`u cuaziettu". La mamma preparava "`a pannami" alle
figlie femmine sin da piccole. Il corredo consisteva in poche lenzuola, sei
asciugamani e " `u damascu" cioè la coperta di primo letto che si metteva solo
nelle grandi ricorrenze e si esponeva al balcone quando passava la processione.
Il fidanzamento dei giovani avveniva così: "`u schietto" e " `a schetta" si
adocchiavano e poi si mandava dal padre della ragazza " `u `mbascìaturi" o si
faceva la serenata. Dopo si riunivano i genitori che concordavano la dote di
lui e di lei. Lui portava la terra, " `i viti", e lei portava " `a pannami"
e la casa. La suocera portava "l'uaru".II matrimonio avveniva in casa e si mangiava
"maccarruni i’ zzita" con il sugo di carne di capra che si consumava per secondo
insieme con patate fritte e insalata. Quando si era ben pieni di vino casareccio,
si passava ai brindisi che venivano dedicati alle persone di rispetto: "u patruni
di casa, `a cummari e lu cumpari, i sposi" (es. di un brindisi: "chistu vino
è bellu e fbinu e veni da cantina, brindisi fhazzu alla cummari Caterina").
La vita dei giovanotti si svolgeva nel proprio paese e se si riusciva a sportarsi
anche solo a Nícastro era una vanteria. Si sognava il servizio militare perché
si aveva la possibìlìtà dì andare in luoghi lontani come Milano, Torino... Si
racconta che un ragazzo fu mandato, per fare il militare, a Vibo e, pensando
di andare chissà dove si mise a gridare dal finestrino del treno: addiu Calabria
sporca, iu partu e vaju a Vibbu".
Estratto dal libro “ IL TERRITORIO COME UNITA’ DIDATTICA ” Percorsi conoscitivi
di Educazione Ambientale” pp.86-87 , a cura dal 4° Circolo didattico
“E. Borrello” di Sambiase, patrocinato dal Comune di
Lamezia Terme, collaborazione del distretto Scolastico n°6 di
Lamezia Terme, grafica e organizzazione del volume Teodolinda
Coltellaro (Critica d’Arte) finito di stampare nel settembre 1996 presso
la Coop. Dal Margine di Lamezia T.