I tre giorni che vanno dalla domenica al giorno precedente
quello delle Ceneri erano un'occasione di baldoria per grandi e piccini.
Le strade del paese si popolavano di « fharząri », cioč
di individui mascherati e vestiti con gli abbigliamenti pił strani, i
quali, approfittando del fatto che difficilmente potevano essere identificati,
assalivano i passanti con scherzi e lazzi che, in altri tempi, avrebbero suscitato
chissą quali reazioni.
I ragazzi, di solito, si davano da fare durante il giorno; gli adulti entravano
in azione generalmente la notte. Con la complicitą del buio, gli uomini,
travestiti da donne, e le donne, da uomini, si recavano a far visita a parenti
e ad amici.
I giovanotti approfittavano del travestimento per far la prima sortita in casa
della fidanzata. La visita si risolveva, quasi sempre, in una « fhilliąta
», cioč in un'allegra cenetta a base di pane, salame e vino.
Quando andavano via, i « fharząri » non trascuravano di lasciare
agli ospiti grosse manciate di « palli 'i Surmłni », ossia
di confetti di Sulmona.
Il culmine della baldoria, perņ, si raggiungeva la sera del terzo giorno,
quando si svolgeva il corteo funebre di Carnevale.
Il corteo veniva aperto da un gruppo di persone mascherate che portavano a braccio
una bara vera e propria con dentro un uomo travestito, che rappresentava Carnevale
morente per indigestione di troppi salami. Seguiva la bara uno stuolo di donne
in gramaglie, che recitavano il ruolo « d' 'i ripitianti », cioč
delle prefiche, e, dietro a loro, avanzava, rumorosa e festante, un'enorme folla
di gente.
Il corteo si snodava lungo le vie principali del paese, ma, ad ogni crocevia,
sostava qualche tempo, per dar modo a « Ggiuanninu » di pronunciare
una sorta di orazione funebre in versi vernacolari, che esordiva, ogni anno,
con le parole « 'na ministrella ccu ppocu sapłri... » e si
concludeva normalmente con l'esortazione ai presenti e a quanti, affacciati
ai balconi, ascoltavano divertiti l'insolito panegirico, a non mangiar da soli
i salami conservati in casa, perché « chi mąngia ssulu s'affuca
».
L'esortazione produceva sempre l'effetto sperato, perché arrivavano da
ogni parte salsicce, « soppressate » e fiaschi di vino in tal quantitą
da consentire a ciascun componente dell'allegra brigata di trascorrere con la
propria famiglia una sera dell'« aząta » (Con tale
nome, veniva designato il martedi grasso, quando, concluso il tradizionale cenone,
veniva tolta di mezzo la carne per dare inizio al digiuno quaresimale
) in piena letizia, cosģ come si apprestava a fare ogni altra famiglia.
Questa era, press'apoco, la vita sociale che conducevano gli uomini d'una volta
e alla quale vien da pensare con rimpianto, ogni qualvolta accade di sperimentar
la freddezza dei rapporti umani che suole contraddistinguere la societą
d'oggi.
Estratto da "Come eravamo" Problemi lametini
di carattere sociale con note di folclore di Santo Sesto,pp.30-31, scritto
su Quaderni Lametini- Diocesi di Nicastro,n.7,novembre 1986.

Giovannino Borelli (1904-1958) era
il « Ggiuanninu » che puntulmente ogni anno raccontava per le vie
del centro storico di Sambiase inscenava lunga storia di Cornalivari.
In modo particolare il figlio, Salvatore Borelli, poeta in vernacolo ( recentemente
scomparso) con la poesia "Cornalivari" oltre voler ricordare il padre,
far rivivere ai suoi concittadini di ieri e di oggi che da quel libro 'na
spčcia 'i Bibbia arripizząta il paese viveva dei momenti
d'armonia sociale oggi andati persi..
CORNALIVARI
Cģarti l'hąnu cridłtu 'nu barłni,
ąutri cha fhł lisciłattu e 'mbriacłni.
'Sta storia 'n łamu sulu (1)' 'a canuscģa,
vi l'ha cuntąta vņti 'sti v'avģa!
A vita, si cci pģanzzi, č 'n'affacciąta,
pąri cha 'u vģju mņ... era l'aząta;
'a fhłlla a cchilla chjązza s' 'u prijąva,
'ngarbątu, paci ad illu, pridicąva.
Chill'łamu avģa 'nu libru eriditątu,
c'era Cornalivąri ritrattątu;
va' cerca quantu sčculi tinia,
'u scrittu ammalappčna si lijģa.
Era 'na spčcia 'i Bibbia arripizząta,
'nfulijinąta, lorda e 'mpucilląta.
Quand'era quatrarģallu mi spagnąva,
vidģa chillu ritrattu e sbanticąva:
cruzzłtu, sdillabbrątu e pputirłsu,
'arģcchji appandarąti e jimburłsu.
1° Commento :
Qui si parla di un uomo (Giovannino Borelli, padre dell'Autore, nato
il 1904 e morto il 1958) che, puntualmente tutti gli anni, quale ultimo
e allegro cantastorie,raccontava per le strade di Sambiase la leggenda di Carnevale.
Chi oggi non č pił giovane potrą ricordarlo certamente.
Da parte mia, sperando di fare cosa gradita, ho cercato di ricordare quanto
pił possibile di quella che era la lunga storia di Carnevale,
esponendola con la massima fedeltą, secondo come egli la raccontava.
Incominciava cosģ:
Presentazione
di
Giovannino Borelli:
"Vi prģagu bona gčnti d'ascurtąri,
sintģti chini fhł Carnalivąri.
Arrģatu certi trņppi lu vidģti
chi sta cumu lu lłpu a lli gridąti.
S'č cannarłtu ben 'u canuscģti
cha mąncu di canģglia lu vurdąti"
II° Commento :
In quella specie di Bibbia si raccontavano diversi episodi su Carnevale,
descritto come un vagabondo, ubriacone e ladro.
In uno di questi si narra che egli, nascosto come un lupo attento alle grida,
č in attesa di un vaccaro che porta un cesto pieno di formaggi e salami.
Egli si presenta allo sfortunato uomo come se fosse il padrone del bosco.
Cornalivari : « Bondģ
vaccąru, ti vģju turbątu,
fhņrsi 'nto vłascu mģa ti si' pirdłtu? ».
u' Vaccąru: « Oh cąru
amģcu mia, cci ha' ddimminątu ».
Cornalivari : « Cumu
ti chjąmi? ».
u' Vaccąru : « Di nłmi
Dunątu di cugnłmi mi chjąmu Capłtu ».
Cornalivari: « Dłnami
'stu spurtłni cha t'ajłtu! ».
u' Vaccaru: « Ma tu 'u nłmi tła
'un m'ha' diciłtu! ».
Cornalivari : « Iu słgnu
Cornalivąri 'ndiavulątu
e di 'sti cņsi ndi su' cannarłtu...
Cuvčrnati cha t'haju cuvirnątu
e llu spurtłni ti l'hąju fhuttłtu! ».
III° Commento :
Il povero vaccaro rimane sbalordito mentre il ladro divora tutto il contenuto
del cesto. Vedremo in seguito come questa mangiata causerą a Carnevale
prima la malattia e poi la morte. Nello stesso villaggio vive Quaresima, nemica
inconciliabile di Carnevale per la sua ingorda aviditą. Ella lo detesta
e, saputo del furto, va in giro a parlare male del suo nemico, descrivendolo
a buona ragione come cafone, ladro e ubriacone. Carnevale la incontra e la rimprovera
con insolenza.
Cornalivari : « Si mąngiu e mmi
'mbriącu 'un d'hai echi ffari,
su' chjąttu e ttłndu chi t'hai di prijąri.
'Un słgnu cumu a ttģa sarda siccąta
cumu 'na ndłglia młscia affumicata.
Si pła, vecchja 'nsulčnti, vła 'ngrassąri
pģgliati, sģant'a mia, 'sta midicģna:
rądica 'il pristinąca 'na vająna
e tti la scąrfi 'n cłarpu ogni matģna.
'Stu dicuttģallu a tutti 'i dņnni sąna!
Fhģgli cci ndi fhą ffąri 'na duzina;
si nčscinu a cucchjąta 'un cci fhą nčnti
cha 'sta vająna č stata accillčnti ».
Quaresima: « Oh birbąnti stracquątu
e spillacchjłni,
vająssu di taverna e di bancąta,
fhģgliu di bona fhģmmina e landrłni
aspetta mu ti chjąntu 'na lignąta.
Va' cerca mu ti fhąnu cumpagnģa
i płarci e guallarłsi cumu a ttģa! ».
Cornalivari : « 'Un mi nd'impņrta
cha su' scartillątu,
chą pła di l'ąutri membra su' pulģtu,
'sta guąllara chi vidi m'ha annurątu
e mmi 'ngąrba cha pąru 'nu zzģtu.
Va' guąrdati a 'na głrna, oh strisignąta,
quantu si' cuzzicłsa e 'ntartarąta.
Ccu d'ąutri tu pła fhąri la santņcchja,
ch' 'o sącciu ģu quantu ti pģsa 'sta cunocchja ».
IV° Commento :
Carnevale e Quaresima si scambiano insulti ed ingiurie, sfogando il loro
odio. Passano alcuni giorni e Carnevale si ammala piuttosto gravemente di visceri.
La voce si diffonde in paese e tutti sono contenti. Le uniche persone che gli
vogliono un po' di bene sono la sorella Faustina, una vecchia zitellona che
vive con lui, ed il cugino Pulcinella, un mezzo napoletano, il quale, secondo
l'uso del suo paese, va in giro per le strade comunicando con grida la malattia
del cugino.
Pulcinella: « Cornalivąri nłastru,
oh cari amici,
tčni dulłri assai pirtinąci,
nun s'ha putłtu culląri dła alici
pirchģ li fhņrsi sła nun su' capąci.
Manda di vąsciu, ohi ma', cģarti lumbrģci
chi pąrinu sirpģanti assai vivaci ».
V° Commento :
Carnevale č grave; non ha la forza neanche di ingoiare due alici.
Si presenta in casa una zingara con il proposito di indovinare la sua malattia.
Zingara: « Su' zģngara vinłtą
da livąnti,
ti vłagliu addimminąri la vintłra.
Canłsciu li piančta tutti quanti
e quandu pņ murģri 'na pirsłna.
'Un c'č 'na mąstra fhģna cumu a mģa,
tu młari ppi 'na grandi magaria.
Ti vģju cha si' grąvi e scunsulątu,
chilla nimģca tła s'ha bbindicątu! ».
VI° Commento :
La zingara cosģ sentenzia l'imminente morte di Carnevale; secondo
lei si tratta di una magģa fatta da Quaresima per vendicarsi degli affronti
ricevuti. La sorella Faustina e l'affezionato cugino non credono alle parole
della zingara e chiamano a consulto due « luminari b della medicina, perché
vogliono a tutti i costi salvare dalla morte il loro caro congiunto. Vediamo
adesso qual č il parere di questi due baroni della medicina.
Il primo Dottore dice: «Noi siamo dottori
eruditissimi,
in Roma e in Francia il nostro nome appare.
Siamo venuti da ben lunga via
per visitar l'infermo Carnevale;
come insegna la pratica mia
il povero galantuomo passa male.
Or la ricetta mia la fņ compita:
propendo pił alla morte che alla vita ».
Il secondo Dottore dice: «II mio amico
vuol fare il saccente!
Or io gli dņ una buona medicina:
un quarto d'olio, ma che sia bollente,
tracannato ben presto di mattina;
appena sarą sceso immantinente
mette in risveglio tutto l'intestino.
E poi, da professore, mi contesto,
o gli dą vita... o scatterą pił presto! ».
VII° Commento :
Nonostante l'intervento a prezioso » dei due illustri medici, Carnevale
si aggrava. A questo punto, Pulcinella, nella speranza di ereditare qualcosa,
si precipita a chiamare un notaio; sapendo che Carnevale era stato anche un
abilissimo ladro, egli pensa che avrą nascosto qualche cosa di valore.
Arriva il notaio e redige il testamento.
Vedendo Carnevale ormai morente,
Pulcinella si rivolge
al notaio:
«Facimmu 'mprčssa mņ, signor nutąru,
lijģte 'o testamģante chiąru chiąru! ».
Ed il notaio legge le ultime volontą
di Carnevale:
«Lascio a mia sorella, Donna Faustina Arsenico,
quella proprietą non ancora comprata. Al caro cugino Pulcinella, per
compensarlo del suo affetto, lascio due corna di bue e in pił una cambiale
da pagare ».Tutta qui l'ereditą di Carnevale, queste le sue ricchezze!
Pulcinella, la cui speranza č stata ormai delusa, si avvicina a1 cadavere
di Carnevale e gli grida:
Pulcinella: «I mģadichi e 'u nutąru
mņ chi' ppąga?
Cugģ, si' 'nu fitģanti! ».
VII° Commento:
Nel paese si sparge la notizia della morte del tanto odiato Carnevale e
per le strade si sentono grida di gioia. Un venditore ambulante si porta sotto
casa del morto e, fingendo di gridare per la sua mercanzia, dice anche la sua:
Venditore ambulante: «Su' merciarłalu
vinłtu nuvčllu,
vģndu buttłni a cugliłni di gallu,
tģagnu marlčtti, fhittłccia e spatģni,
pģattini, pittinģssi e ffirrittģni;
misłru zagarčlli e nun mi sbągliu
e ppi Cornalivąri 'nu cąpu 'i mągliu ».
IX° Commento :In ultimo, Quaresima,
vestita a festa e felicissima, sale su un'altura e predica al popolo:
Quaresima: «Murģu d' 'i cannarłti
'u prutittłri,
chillu nimģcu mia Cornalivąri.
Iu słgnu Coraģsima d'unłri,
'nu misi e mģanzu vi fhązzu diunąri:
'na ministrčlla ccu płacu sapłri
'a sģra ppi colazioni s'ha di fhąri
e ppła nun mi chjąmąti tantu 'ngrąta
'ccussģ vi resta ancłna suprissąta ».