di Santo Sesto
Non accadeva mai che una persona capitasse, per un qualsiasi motivo, nella
casa d'un vicino e non venisse invitata a bere un bicchier di vino o, se era
l'ora dei pasti, a sedere a tavola insieme coi padroni. Quest'ultimi non tradivano
imbarazzo, se venivano colti alla sprovvista, convinti com'erano che
nduvi màngianu tri
màngianu quattru,
dove mangiano tre persone, possono ben mangiare quattro; né si scomponevano,
se la dispensa non era ben fornita, in quanto confidavano nel detto, secondo
il quale,
a ccasa 'i pizzenti
'u' mmanca strozza,
In casa dei pezzenti non mancano mai tozzi di pane,cioè si riesce sempre
a trovar qualcosa da mettere sotto i denti. Oltre che nelle case e sul lavoro,
gli uomini d'una volta trovavano modo di socializzare e di cementare la loro
amicizia, incontrandosi in piazza.
Contribuiva enormemente, poi, a rinsaldare la rete delle relazioni e delle
dipendenze personali, l'istituto del comparatico.
Chi teneva a battesimo un neonato o faceva da padrino ad un cresimando diventava
automaticamente compare, oltre che per il figlioccio e per la sua famiglia,
anche per l'intero suo casato, e tale rimaneva per parecchie generazioni.
Ciò valeva naturalmente anche per la donna che si fosse prestata a far da
comare di battesimo o di cresima ad una bambina.
L'uomo, poi, che riceveva l'onore di far da compare d'anello ad una coppia
di sposi veniva a stabilire un duplice rapporto di comparaggio, uno col parentado
dello sposo ed un altro con quello della sposa, e riceveva in cambio, da parte
di entrambi, un grandissimo rispetto e il prestigioso appellativo di « 'gnuri
», o signore.
Una particolare figura di comare, ormai scomparsa da tempo, era, una volta,
« 'a cummàri 'i l'ugna », che era la persona - solitamente una vicina di casa
- che si offriva, o veniva sollecitata, a tagliare, per prima, le unghie che
il bambino si portava dalla nascita.
Il comparaggio comportava, per gli interessati, l'obbligo della stima, della
fiducia e dell'aiuto reciproco e, non di rado, riusciva ad instaurare legami
che si rivelavano solidi e duraturi quasi come quelli parentali.
Non si può non ricordare, però, a questo punto, il proverbio
mùartu 'u cumparìallu
'u' ssimu cchjù ccumpàri,
secondo il quale, il rapporto di comparatico cessa immediatamente di esistere,
non appena viene a mancare « 'u cumpariallu », cioè il
bambino che rese possibile il comparaggio.
Non sembra, parimenti, troppo favorevole ai compari, e specie a quelli d'anello,
l'altro adagio
muglièri 'i ruga
e ccumpàri 'i Roma,
il quale consiglia a chi deve affrontare il matrimonio di scegliersi la moglie
tra le ragazze del proprio rione, ma di far venire il compare da Roma, cioè
da un luogo che sia il più lontano possibile. Ad ogni modo, erano molto numerose,
una volta, le persone che, specie se molto in vista ed influenti, potevano
vantare un numero sterminato di « sangiuànni », cioè di comari e compari,
dai quali ricevevano sempre profondo e devoto rispetto.
Esiste, infatti, un gruppo di proverbi, i quali affermano che gli esseri
umani, lungi dall'ubbidire all'istinto sociale, lungi dal coltivare i rapporti
interpersonali, la cooperazione e la solidarietà, si lasciano guidare, nel
loro agire, dall'avidità e dall'egoismo.
Il proverbio
ognùnu tira ll'acqua
allu mulìnu sua,
ognuno convoglia le acque verso il proprio mulino, sostiene che ogni individuo
umano ha sempre di mira il proprio « particolare » e poco si cura
se, nel cercare il soddisfacimento degl'interessi personali, arreca danno
agli altri.
Improntato al più cupo pessimismo, è l'altro proverbio
amàru chi teni bbisùagnu
e ccerca aiùtu,
infelice chi ha bisogno e cerca aiuto agli altri.Tale proverbio che preclude
la possibilità di essere aiutati dai propri simili nei momenti del
bisogno suole essere ripetuto, spesso e con disappunto, ogni qualvolta una
persona avanza a qualcuno una richiesta di aiuto e ne ottiene un diniego oppure
un soccorso del tutto irrilevante.
Insiste sul motivo dell'egoismo umano, il proverbio, piuttosto curioso, ma
carico di significato,
nissùnu ti dici:
làvati 'a fhacci
cà si' cchjù bbìallu 'i mia,
col quale, si avverte chiunque di non sperare nella generosità del
prossimo, in quanto non esiste al mondo una persona talmente altruista da
godere che un proprio simile stia meglio o faccia miglior figura di lei.
Lo stesso concetto vien ribadito dall'adagio
vita mia,
vita mia,
chi ti vo' bbeni
cchjù ddi mia,
secondo il quale, è da ingenui contare sull'affetto dei propri simili
e credere che altri possa volerci più bene di quanto ce ne vogliamo
noi stessi.
Crudo e sconfortante come i precedenti, ma dettato da profonda amarezza per
l'ingratitudine umana, è il detto
'u fhari bbeni
è ddilittu,
il far bene è delitto. Avrà avuto, di certo, motivo di pentirsi
amaramente del bene compiuto, colui che, per primo, mise in circolazione un
proverbio del genere...
Ai proverbi fin qui riportati, i quali deplorano la mancanza di comprensione
fra gli uomini, sono da accostarsi parecchi altri proverbi ispirati, tutti,
all'individualismo tipico della vecchia società lametina, i quali potrebbero
spiegare, in parte, le ragioni per cui stenta da sempre ad attecchire presso
di noi, e nella società meridionale in genere, lo spirito cooperativistico
e di collaborazione, che è molto diffuso, invece, in altre regioni
d'Italia.
Uno di essi,
mègliu sulu
ca mal'accumpagnàtu,
meglio solo che male accompagnato, sentenzia (e non si può non essere
pienamente d'accordo) che è preferibile operare in solitudine, piuttosto
che in compagnia di individui poco affidabili.
Dello stesso tenore è, press'apoco, l'altro proverbio
menu Santi,
menu Patarnùasti,
meno Santi, meno Padrenostri, col quale, si pone in evidenza che si vive
meglio quanto minore è il numero delle persone con cui si è
in contatto.
E' in linea con i precedenti, l'adagio
sèmina e ffa' sulu
ch' 'on tti mbrighi
ccu nnissùnu,
semina e fa' da solo chè non litigherai con alcuno. E' implicito in
tale adagio l'invito a rinunciare a mettersi in rapporto d'affari con chicchesia,
se non altro, per evitare motivi di litigi e di discordie, che non mancano
mai, quando si hanno interessi in comune.
Secondo una tale logica, è da respingere la società, non solo
degli estranei, ma anche e soprattutto quella dei parenti, in quanto è
cosa sommamente deplorevole che un individuo si metta in contrasto con quest'ultimi,
per motivi d'interesse.
Ed ecco, allora, il proverbio
d' 'i tua,
arrassu cchjù chi pua,
dai tuoi, più lontano che puoi, il quale esorta, non solo a non avere
interessi in comune coi parenti, ma a tenersene alla larga quanto più
è possibile.
Esprime lo stesso concetto, ma in un modo assai più pesante, il proverbio
i parìanti
sunu i dìanti,
i parenti sono i denti, col quale, si vuol significare che l'interesse personale
è al di sopra di tutto e che nulla, neppure la parentela, può
farlo passare in second'ordine.
Non tutti i proverbi di carattere sociale, però, sono ispirati all'individualismo;
e, specie per quanto riguarda i vincoli di parentela, non mancano i proverbi
che li riconoscono apertamente e li esaltano a chiare note.
Uno di essi,
amàru
chini 'un dd'ha ddi sua,
esprime commiserazione per colui che vive solo e che non ha parenti a cui
rivolgersi nei momenti del bisogno.
Assicura, invece, tranquillità e benessere a chi ha un vasto parentado,
il proverbio
nduvi cc'è aggenti
cc'è argìantu,
Mette in guardia dal trattare gli estranei alla stessa stregua dei congiunti,
il proverbio
'a carni ch' 'un ddùarmi
ùmili ti pari.
cioè le persone con le quali non hai una lunga consuetudine,,di vita,
e che, quindi, conosci poco, ti sembrano amabili “ùmili”
Non dissimile dal precedente, è l'adagio
chini ha ppiatà
d' 'a carni 'i l'àutri,
'a sua s' 'a màngianu i cani,
il quale non esita ad affermare che dà la propria carne in pasto ai
cani, cioè danneggia gravemente i propri cari, chiunque trascuri quest'ultimi
e si mostri eccessivamente tenero con gli estranei.
Il motivo della voce del sangue, che non può essere in alcun modo soffocata,
è presente nel detto
'u sangu tua,
si t'arrusti,
'un tti màngia,
il tuo sangue, anche se ti mette allo spiedo, non ti divora, cioè
un tuo consanguineo, anche se ti offende e ti fa soffrire, non giunge mai
al punto di danneggiarti gravemente, perché ne viene impedito dal richiamo
del sangue.
Lo stesso motivo viene ripreso dal proverbio
d' 'i tua malu diri
e nno' mmalu sintìri,
col quale, si sottolinea che si può pure sparlare dei propri consanguinei,
ma che il sangue si ribella, quando a sparlarne sono gli estranei. E' convinzione
diffusa nel popolo, insomma, che i vincoli di parentela non possono mai venir
meno, a dispetto di tutti i contrasti e le incomprensioni che possono manifestarsi
in seno ad un parentado.
Proverbi ugualmente contraddittori si registrano sul tema dell'amicizia.
In verità, l'amicizia, quella sincera, leale, disinteressata, premurosa,
è stata sempre tenuta in altissimo onore e sempre fortunatissimo è
stato considerato colui che ha potuto contare su amici degni d'un tale nome.
Al riguardo, però, il Lametino non si è mai fatto troppe illusioni:
è stato sempre dell'avviso che l'amicizia vera fosse cosa rarissima
e che occorresse essere molto cauti nell'accettare qualcuno come amico. In
ciò egli ha sempre dimostrato di essere un degno erede dei Greci, i
quali lasciarono scritto, in un papiro venuto alla luce non molti anni fa,
la massima, ricca di significato: «Non dirai alcuno tuo amico, se non
avrai prima consumato con lui un moggio di sale ».
Così, al ben noto adagio
mègliu 'n'amìcu
ca cìantu ducàti,
meglio un amico che cento ducati, fa riscontro il proverbio, piuttosto deprimente,
'amìcu ti po' bbìdari
quand'hai
e tti saluta
'i cìantu miglia 'i via,
cioè l'amico ti vede di buon occhio, quando sa che navighi nell'abbondanza,
ma - si sottintende - è pronto ad abbandonarti, quando la fortuna ti
volta le spalle.
Non è da sorprendersi, pertanto, che il proverbio
si vo' 'mbitàri 'amìcu,
carni 'i crapa e lligna 'i fhicu
consigli, per difendersi dall'avidità dei falsi amici, di offrir loro
da mangiare, quando ti piombano a casa, carne di capra (che è molto
dura a masticarsi), cotta con legna di fico (che arde con difficoltà,
producendo molto fumo).
Il detto
canùsci 'amicu
e ddàssalu
esorta a tagliare i ponti, senz'altro, con tutti coloro che ritenevamo amici
e che, alla prova dei fatti, hanno dato a vedere di non meritare la nostra
fiducia.
La saggezza popolare ritiene, infine, di poter suggerire alcuni accorgimenti
che, se usati in modo opportuno, possono evitare il deterioramento dei rapporti
tra gli uomini e, specie, tra le famiglie d'uno stesso vicinato.
Il proverbio
si rispetta llu cani
ppi rriguardu d' 'u patrùni
afferma che il vero rispetto per gli altri esige che si abbia riguardo, non
solo per le persone con cui si è in diretto rapporto, ma anche per
le loro famiglie, per i loro parenti e per le loro cose.
Col proverbio
alla mala vicina cci ha' cacciàri
'u jùri d' 'a cucina,
si arriva addirittura ad affermare che i migliori bocconi, cioè le
maggiori attenzioni, sono da riserbarsi ai vicini più scontrosi, a
quelli dal carattere più difficile, nella consapevolezza che «
si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di
fiele ».
L'adagio
quandu 'u vicìnu teni
'addùru ti ndi veni
esorta a non guardare con occhio d'invidia alla prosperità dei vicini
di casa, perché quand'uno di essi vive agiatamente, ne godono, in maggiore
o minor misura, tutti quelli del vicinato.
Nel ricercare, poi, - per poterli meglio rimuovere - i motivi di contrasto
o, peggio, d'inimicizia fra gli uomini, il popolino ha sempre ritenuto di
dover mettere in guardia chiunque dal riprendere i vizi del prossimo e dal
concedere facilmente denaro in prestito.
Il proverbio
si vua acquistàri 'nimicizzi,
'mpresta dinàri e rriprìndi vizzi
promette, infatti, incomprensioni ed inimicizie sicure a tutti coloro che
inclinano a concedere facilmente prestiti e a biasimare i difetti altrui.
Sul tema dei prestiti, in particolare, il proverbio
s' 'u mprìastu fhussi bbùanu
ognùnu 'mpristèra lla muglièri
sostiene che, se il prestar danaro o altro fosse una buona cosa, non si esiterebbe
a dare in prestito la propria moglie.
A proposito, poi, di coloro che non disdegnano di scoprire gli altarini degli
altri, l'adagio
alla casa d' 'u mpisu
'un mpèndari 'a lumèra,
identico, pressocché, al detto italiano « in casa dell'impiccato
non parlar di corda », esorta a guardarsi bene dal mettere a nudo le
debolezze e le qualità negative delle persone con cui si è in
contatto. Prudenza vuole che, nei rapporti col prossimo, si usi sempre la
massima discrezione possibile, in quanto il dir la verità con troppa
spregiudicatezza non giovò mai a nessuno, anzi fu sempre causa, se
non di aperta discordia, certo di sordi rancori.
Appropriati detti, poi, consigliano di astenersi dal mettere il naso nelle
faccende private del prossimo, in quanto
sa cchjù llu pazzu 'ncasa sua
ch' 'o sèriu 'ncasa d'àutru,
sa più il pazzo nella casa propria che il savio nella casa altrui.
Così, a chi ama trinciare giudizi e sputare sentenze sull'operato dei
propri simili, il proverbio
i guài d' 'a pignàta
'i sa' lla cucchjàra
chi cci rota
ricorda che nessuno può presumere di conoscere i problemi d'una famiglia
più dei diretti interessati e, quindi, nessuno, più di loro,
è in grado di risolverli.
Per quelli, poi, che tendono a pontificare e a dar consigli a destra e a manca,
senza, però, cimentarsi mai personalmente nell'azione, il detto
chini è f fora d' 'abballu
abballa bbeni,
chi è fuor del ballo balla bene, afferma che si è sempre molto
bravi a dirle, le cose, ma non altrettanto bravi a farle.
Sempre sull'ingerenza nei fatti altrui, non poteva mancare l'esortazione a
tenere a freno la lingua e a fare un uso moderato della parola. Essa è
contenuta nel proverbio
'a lingua 'unn'ha ùassu
e rrumpi llu mastrùassu
la lingua non ha asso, ma spezza la spina dorsale. Quest'ultimo proverbio,
molto simile all'italiano « ne uccide più la lingua che la spada
», suole essere adoperato specialmente per stigmatizzare il comportamento
di quanti indulgono alla maldicenza, o - come si dice con un caratteristico
termine lametino - « allu chjàtu ».
Esiste, infine, un proverbio dettato da grande senso pratico, a cui i nostri
progenitori hanno sempre mostrato di attribuire moltissima importanza: è
quello che recita:
si vua èssari amatu e ddisiàtu,
'un gghjìri allu spissu
nduvi si' bbulùtu,
se vuoi essere amato e desiderato, non andar troppo spesso dove sei voluto,
cioè, se vuoi conservare immutato, anzi se vuoi accrescere, l'affetto
delle persone che ti amano, fatti da loro un po' desiderare, evitando di opprimerle
con una troppo assidua presenza.
Estratto da “Quaderni Lametini”, capitolo Storia " Come
eravano" di Santo Sesto, numero 7 Novemvre 1986 – Diocesi di Nicastro.