(articolo curato dalla redazione di
www. sambiase.com)
da libro VIAGGIO NEL PASSATO
di
Francesco Tropea
I COMPANATICI O CALATURI - L'IMPORTANZA
DEI FICHI
(quadro pittorio di GB Molinaro - Uno scorcio del rione Craparizza. Centro storico di Sambiase. In basso un interno con una tipica tavola apparecchiata di una famiglia possidente sambiasina )
Una volta nelle famiglie per la mancanza delle comodità dei
congelatori e anche per la mancanza di denaro, si doveva preparare ed essiccare
tante specialità che sarebbero servite poi per companatico o "calaturo"
e spesso anche da "spizzicarialli" in riunioni tra parenti ed amici
che spesso avvenivano durante le giornate piovose d'inverno e poi in tante altre
occasioni come nascite, battesimi, ecc. Queste riunioni si facevano in casa
o addirittura in magazzini angusti e in compagnia di animali come asini, capre,
conigli, maiali e galline e sostituivano i banchetti di oggi nei ristoranti.
In estate quindi si essiccavano dai fichi, alle prugne, alle pere, pesche, melanzane,
peperoni, zucchine.., e si diceva: "ad astati sicca siarpuri cà `u viarnu
angilli pàrinu". Le zucchine poi venivano preparate o spaccandole in due,
ripulite dai semi e dalla polpa, affettate ed essiccate oppure tagliandole a
forma di piccoli cilindri, ripulite come suddetto, affettate a forma di piccoli
cerchi e infilate a delle canne venivano messe ai balconi e lasciate essiccare.
Dopo l'essiccatura venivano conservate in delle casse e poi d'inverno per
essere mangiate venivano prima lessate, poi dopo averle spremute ben strette
venivano infarinate e fritte; stesso trattamento avveniva per poter mangiare
i peperoni essiccati e per lo più si usava friggere i peperoni insieme al
baccalà. Molto usati a quei tempi erano "i timalli o `u tinìallu" che erano
recipienti in rovere che spesso come "i ruvaggi o rivaggi" e "li tinacchjelli"
venivano usati per vendemmiare.
( Nella foto un asino col basto per il trasporto
dell'uva - foto archivio Centro Studi Anthurium
)
I primi si usavano al basto per il trasporto dell'uva lì dove il carro non
poteva andare, i secondi invece erano i recipienti contenenti sempre uva che
le donne si mettevano sulla testa e li trasportavano fino al carro. Questi
recipienti venivano anche usati per mettervi alimenti sotto sale, i più in
uso fra questi alimenti erano i "guardunialli" cioè melanzane affettate con
la scorza, simili ad una suola di scarpa e da qui il nome "da guardulo",
su queste melanzane venivano messi inoltre "suali suali" (cioè a
strati) peperoni affettati (spesso piccanti), pomodori acerbi o verdi e quando
era l'annata delle olive anche qualche strato di olive schiacciate; per ogni
strato di affettati veniva sparso il sale con semi di finocchio selvatico
e qualche spicchio d'aglio, come anche dei peperoni piccanti spaccati in due,
mentre si mettevano gli strati di affettati, veniva esercitata una certa pressione
e si continuava così finche il recipiente si riempiva.
(Sambiase anni '40 - Ricordo
di famiglia - il piccolo Francesco Tropea con la madre- archivio
F.sco Tropea)
Dopo averlo riempito oppure finita la quantità di roba posseduta, si provvedeva
a chiudere il tutto con "u ruatu `ccu lla mazzàra" cioè un tappo
di legno circolare grande quanto la circonferenza del recipiente e al di sopra
di questo si metteva una consistente pietra (appunto "a mazzàra") così da
far salire in superficie "a salimora", la salamoia che impediva il passaggio
dell'aria e contemporaneamente il sale faceva maturare ciò che era contenuto
nel recipiente. Al momento di essere consumato, il tutto veniva tolto d'u
tinìallu, veniva messo a mollo in acqua affinché si fosse "sbumbicatu" cioè
dissalato dopodiché spremuto e condito con un pò d'olio oppure dopo averlo
lessato veniva infarinato e fritto. Altre cose che venivano mangiate allora
erano: baccalà, sarde, aringhe, saràche e stocco. Molte famiglie, poi, tra
i primi di dicembre e la "fhera" ( cioè ai primi tre giorni di febbraio
nei quali c'era la fiera e sì festeggiava la festa di San Biagio) , uccidevano
il maiale (s'ammazzava `llu puarcu) che era l'approvvigionamento della carne
oltre ai salami come succulente salsicce, soppressate, capicolli e pancette
preparate con salsa di peperoni più delle volte piccante e sale. Questi salumi
erano "i spizzicarialli" di lusso,
(Nella foto una immagine tipica della nostra cultura calabrese - Il
focolare : " Luogo di aggregazione delle famiglie
di una volta " - foto archivio Francesco Tropea)
infatti nelle migliori stanza dov'era posto occasioni oltre ai già citati
spizzicarialli, quando si riunivano parenti o amici veniva preparata pure
`a fhilliata" cioè salame affettato, ecc. Naturalmente in ogni riunione non
mancavano mai neanche noci, noccioline, lupini, castagne infornate accompagnate
da ottimo vino e il tutto contribuiva a rafforzare sempre più amicizie, "Sangiuanni"
cioè comparaggi e spesso in tali riunioni nascevano perfino proposte
di matrimonio. Ritornando ai preparativi che si effettuavano per l'alimentazione
con la carne del maiale, oltre ai salami si metteva con la salsa di peperone
e sale anche la carne `nt `o salatùru" ossia nei vasi con la stessa tecnica
dei tinialli "u ruatu e lla mazzàra di sopra", inoltre si "fhacia
`llu grassu e lli risimugli" ossia lo strutto pulito cioè il fiore e
lo strutto misto a pezzetti di carne magra, come pure pezzetti di cotenne
che erano stati cotti insieme nella caldaia `nt `a quadara"; inoltre
nello strutto che veniva messo in lancelle era in uso mettere dentro dei zamponi
a pezzi "i garrùni" come pure delle fette abbastanza grosse e a strisce
e poi intaccate cotte nel grasso e poste nelle lancelle, erano questi i
"fhrittuli `ntaccariati" e quando questi affioravano dallo strutto venivano
mangiati con verdura. Questi tipi di companatici era in uso prepararli non
solo per sé e la famiglia ma anche per gli operai, infatti ad esempio quando
si arava il terreno "allu massàru cci tuccavanu i spisi" cioè bisognava
portargli da mangiare oltre al vino, lo stesso trattamento lo godevano pure
i parmintàri, colui che tagliava il fieno, l'innestatore, i potatori
d'ulivi e anche chi irrorava le
(Nella
foto fasi della trebbiatura negli anni '50 - archivio
Francesco Tropea )
vigne col solfato di rame "pumpiari" e gli operai della trebbia. Oltre al
cibo era il vino che inorgogliva chi lo produceva e che si sentiva al settimo
cielo quando le persone che lo tracannavano dicevano "cchi biallu bicchìari
i vinu". E in queste occasioni nel breve tempo in cui si consumavano
i pasti sembrava di partecipare ad una festa. In effetti se il tutto si guarda
sotto l'aspetto positivo, queste occasioni erano davvero da considerarsi una
festa perché si arava il terreno e si seminava per raccogliere e riempirsi
la casa di viveri, si tagliava il fieno per l'approvvigionamento degli animali
troppo utili all'uomo, senza contare poi la vendemmia e la trebbiatura, certo
quindi che si era felici specie se il raccolto era stato abbondante; oggi
invece non si produce più niente e c'è da spendere in continuazione per poter
mangiare e l'allegria di un tempo ha lasciato solo musi lunghi e facili scatti
d'ira. Oggigiorno non esistono più lavori massacranti, nessuno più è costretto
a farne, ci sono le nuove tecnologie, né bisogna fare chilometri a piedi per
andare a lavorare e nessuno è più costretto a fare rifornimenti o approvvigionarsi.
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da libro VIAGGIO NEL PASSATO
di
Francesco Tropea
L'IMPORTANZA DEI FICHI
( Quandu a fhàmi spaccava 'llì
petri !!!! )

I fichi facevano parte dell'alimentazione di un tempo. Questi
venivano dapprima essiccati e dopo una parte maggiore venivano infornati e un'altra
parte in misura minore (si facevano "i fhicu janchi") venivano lavorati
con acqua bollente e cioè mentre l'acqua era in ebollizione in una grossa pentola
detta "stanatu" o addirittura una caldaia "quadara", i fichi da trattare
venivano messi in un paniere oppure in un colapasta e calati nell'acqua bollente
per due volte, dalla durata di un minuto ogni calata e tutto questo per tante
volte finché non si esauriva la quantità di fichi da lavorare è dopo tolte dall'acqua
bollente venivano poste di nuovo al sole sulle cannizze o stize
con intorno rametti di pulicària per tenere lontane le vespe. Questo tipo
di fichi erano molto richiesti, c'era addirittura `u `mbarcu" così
era chiamata la vendita all'ingrosso. Questi fichi bianchi venivano spaccati
in due,
messi
due sotto e due sopra incrociati e detti appunto "crucette", erano
otto in totale queste "crucette", fatte con otto fichi incrociati e chiusi,
fra ogni due nel mezzo venivano messe noci, scorza di mandarino e pezzettini
di foglie di alloro sempre essiccate. Di queste crucette si faceva largo consumo
alle feste e in riunioni e tavolate varie. I fichi infornati invece venivano
posti in casse e pressati, detti "`nsardillati" e in inverno venivano
consumati proprio come il pane. Chi andava in campagna, percorrendo a piedi
la strada, consumava come colazione la sua saccata di fichi, come pure i ragazzi
che andavano a scuola. Questo tipo di fichi dopo essere stati posti nelle casse
creavano oltre ad un aroma eccezionale anche una patina di tartaro cioè il loro
zucchero naturale che ne accresceva il meraviglioso sapore; come i fichi bianchi
venivano preparati inoltre e con lo stesso metodo prugne già essiccate e grappoli
d'uva detti "passuli" cioè uva passa. Le piante di fichi allora erano
numerose in tutte le campagne, tant'è che pure nei terreni intorno al paese
(Cirasùalu, Anzàru e Ila Fhirrùzza) in mezzo agli ulivi c'erano anche
le piante dei fichi e la gente che possedeva poche piante o chi non ne possedeva
affatto, nel mese di agosto ognuno prendeva in fitto le piante che gli occorrevano
per il proprio fabbisogno. Con i fichi crudi quelli di scarto, come pure con
quelli infornati, si nutrivano pure i maiali, questi venivano uniti "nt'
o scifhu" nel trugolo uniti alla brodaglia "vrudata o viviruni"
insieme a della "crusca" e il tutto serviva insieme ad altri cibi all'ingrasso
dei maiali.
I
fichi infornati venivano usati anche per addizionare i vini nelle annate di
scarsa maturazione delle uve, a secondo della quantità dell'uva da addizionare
si bolliva "una stanata" oppure "una quadarata" di fichi e
un'altra "stanata o quadarata" di mosto bollito "vinicuattu" e il tutto
si versava nell'uva posta in fermentazione, con questo sistema oltre a migliorare
la gradazione si migliorava anche l'abboccato. Come pure con i fichi si preparava
"llu viniallu" vinello che si otteneva dalla messa in fermentazione di
vinacce già torchiate a cui si versava una quantità d'acqua in base alla stessa
vinaccia e poi bollita una stanata o più di fichi e "vinicuattu" e miscelati
al tutto, da ciò si otteneva questo vinello dal sapore amabile e poco alcolico
che veniva consumato per i primi lavori nelle vigne, veniva cioè "passato" dato
agli operai nella misura di un litro ognuno ogni giornata. Questo vinello per
la sua fermentazione quasi rapida, doveva essere consumato nell' inverno altrimenti
con i primi calori andava soggetto ad acidità ma bisognava dire che la produzione
di vino allora non era mai sufficiente e questo tipo molto richiesto anche dai
paesi limitrofi non durava mai oltre il Natale. Con i fichi, inoltre, era in
uso preparare dei decotti contro il raffreddore e la tosse, venivano bolliti
insieme a camomilla, radici di malva, altea, scorza di mandarino e il tutto
dolcificato con miele.