Note essenziali sulle vite dei più famosi capi-briganti
delle Calabrie -(1)
Premessa curata da Giuseppe Ruberto (webmaster del sito)
Per la cronaca, nel decennio tra
il 1805 ed il 1815 a causa dell'occupazione dei territori del Regno delle Due
Sicilie da parte dei Francesi, gli ufficiali di Giuseppe Bonaparte e del Murat
decretarono il massacro di migliaia di innocenti. Scrive Francesco Pappalardo:
(2) “ Con il sistema generalizzato degli arresti in massa
e le esecuzioni sommarie, con la distruzione di casolari e di masserie, con
il divieto di portare viveri e bestiame fuori dai paesi, con la persecuzione
indiscriminata dei civili, si volle colpire "nel mucchio" per disgregare
con il terrore una resistenza che riannodava continuamente le fila. Ovunque
i rivoluzionari,- francesi, o collaborazionisti «italici» - impongono
balzelli, taglieggiano gli inermi, rubano opere d'arte, perseguitano innocui
monaci, abusano di donne e di religiose, incendiano edifici sacri, fanno scempio
delle spoglie dei santi e lasciano spazio a manifestazioni di pubblica irreligiosità
che offendono la coscienza degli abitanti. Crudeli e spietati, i rivoluzionari
non ammettono alcuna resistenza e chi osa impugnare le armi in difesa del proprio
paese è un «brigante», che va trattato con ferocia".
(decreto
di Ferdinando sulla destinazione dei corpi agli ordini del contrammiraglio Sidney
Smith)
La repressione, secondo una stima del generale francese Paul-Charles Thiébault
confermava che : " i Napoletani ci insegnarono a temerli come uomini...
Sebbene siano stati battuti dappertutto e, senza contare le perdite che subirono
durante i combattimenti, piú di sessantamila di essi siano stati passati
a fil di spada sulle macerie delle loro città o sulle ceneri delle loro
capanne ".
L'intendente del governo francese della città di Montaleone (odierna
Vibo Valentia ) Pietro Colletta a proposito del capo sanguinario generale Manhès
racconta (3): " Erano nelle ordinanze tanto severe che
parevano dettate a spavento; ma indi poco, per fatti o visti o divulgati dalla
fama e dal generale stesso, la crudeltà disparve.... Nel bosco di San
Biase nacque di donna che fuggiva col marito brigante,un bambino; e perchè
intoppo al fuggire, e con gl'innocenti vagiti denunziatore del luogo che nascondeva
i genitori, la madre, portatolo di notte nelle città di Nicastro, destò
un amica, le consegnò piangendo il figliuolo, e tornò al bosco.
Nè dì seguenti saputo il fatto, il generale Manhès prese
del bambino provvida cura, ma la pietosa nutroce fu per castigo uccisa. E quì
mi arresto, chè l'animo non basta a narrare altri fatti i quali certificarono
delle orribili minacce del generale essere l'adempimento certo, inflessibile,
maggiore".
(Il proclama di sir John Stuart a proposito delle rappresaglie francesi
contro i paesi della Calabria insorti)
In un manoscritto giacente presso la Congrega del Santo Rosario - Catanzaro
(4) si registrano tutti i morti fucilati ed afforcati (impiccati)
per ordine della Commissione Militare di Catanzaro. Molte furono la famiglie
filo-borboniche che in quel periodo si rifuggiarono nelle città siciliane,
tra questi i familari dei capi-massa filo-borbonici di Sambiase, Paladino, Matarazzo
e Benincasa,
che si rifuggiarono nella città di Messina come si evince da un documento
parrocchiale della chiesa Matrice di Sambiase.
Lo stesso Pappalardo (5) scrive : " Molte furono comunque
le storture presenti anche nella storiografia nazionalistica, che vede nell'Insorgenza,
e soprattutto nel Sanfedismo, soltanto preziose affermazioni di valori nazionali
e patriottici e, quindi, una reazione allo straniero invasore e non ai principi
rivoluzionari, i quali - essa afferma - avrebbero ricevuto migliore accoglienza
se presentati in altro modo e in altra circostanza ".
Qualcuno a scritto - Se la Rivoluzione francese venisse davvero ricordata "in
blocco", se personaggi come Marat, Danton, Robespierre, Saint-Just, Fouquier-Tinville
finissero per essere presentati ai giovani come veri e propri eroi, ciò
significherebbe che la discesa verso il cinismo assoluto - .
(dedica
autografa del Manhès di una copia dell'opera del Quintavalle (6)
- Napoli,Bibliografia Nazionale)
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Dal " apologetico " manoscritto del gen. Antonio Jannelli
( ibidem nota '1 )
Post introduzione a cura di G.Ruberto
Il gen. in campo Antonio Iannelli fu impegnato a reprimere il brigantaggio
nella zona del Golfo di S.Eufemia (distretto di Catanzaro) negli anni 1810-1811
sotto i comandi dell'Intendente dell'esercito francese gen.Carlo Antonio Manhès.
In particolare questo furfante (vero criminale ed esecutore degli ordini del
famigerato Manhès di trucida memoria), fa una disquisizione apparentemente logica
e dotta dei massacri dei più famosi capi-briganti delle Calabrie tralasciando
e mistificando l'opera sacrilega e sanguinaria, lasciata dal suo esercito, sul
territorio calabrese . Al ritmo di una parata sfilano le sue mattanze di un
ingordo carnevale sanguinario con il pretesto della ragione tipica di un delitto
di apologia .
Paolo Mancuso detto Parafante
nacque in Scigliano da parenti civili, pria di scorrere la campagna, per litigi
dotali tirò un colpo di archibuggio al di lui cognato che ne restò
ferito; in seguito d'un tale avvenimento si fece capo di briganti e col pretesto
di difendere il partito degli inglesi fu uno dei terribili flagelli dell'umanità,
e delle Calabrie. Alla testa di quattro in cinquecento banditi dei quali un
centinaio a cavallo scelse per fare soggiorno i boschi del Cariglione alla sommità
della Grande Sila.
Da quelle alture tantosto scendea verso i boschi del golfo di Sant'Eufemia dove
interrompea il commercio della pubblica strada da Cosenza a Nicastro e da Nicastro
a Monteleone, sovente scendea nel Marchesato dove esercitava ogni specie di
sceleraggine, e di rapina. Fra questi si contano il massacro del tenente Filangieri
di Garafa, gentiluomo di Cosenza e di molti soldati di linea e fece bollire
il primo in una mandra di pecore dentro una grande caldaia e fece pasto ai suoi
cerberi delle carni di quell'infelice. Le mutilazioni di ogni genere non si
possono narrare, colui che non ubbidiva ad un picciol suo cinno era sicuro di
avere reciso il naso o le orecchie. Qualunque abitatore della campagna che avesse
rivelato i suoi transiti, la sua dimora, o che avesse detto di averlo veduto
era sicuro della morte, o di essere mutilato di uno dei membri del suo corpo.
Il giorno 9 dicembre 1810 l'ajutante generale Iannelli scoprì il ricovero
dello scellerato Parafante situato nel centro del bosco del Cariglione in un
luogo distante 18 in 20 miglia da qualunque abitato. Questo era sotterraneo
vestito di legname dove vi era una immensa provigíone di farina, grano,
lardo, preciutto, Orzo, legumi, un tale asilo fu bruciato il giorno del io del
suddetto mese, uno dei briganti morì ed i cani restarono estinti.
Il giorno 15 dicembre l'ajutante generale Iannelli incontrò sulla d'Ampollino
nella Sila la banda del suddetto capo brigante, forte di 300 circa briganti
appiede e 70 circa a cavallo, l'attaccò, li disperse e dopo un vivo combattimento
vi restarono morti i briganti Nicola Pascuzzo ed Antonio Foca di Pedivigliano,
Fortuna Capuozzo dei Parenti, Rosario Mazzei di S. Giovanni in Fiore e restarono
presi il famoso Angelo Rizzuto fatto capo di Parafante con 47 dei più
facinorosi: dietro un tale affare la banda fu totalmente distrutta e Parafante
fuggì con dodici dei suoi più fedeli compagni e la donna.
Il giorno 13 febbraio 1811 l'ajutante generale Iannelli in persona circondò
nel bosco del Migliuso il suddetto capo coi suoi 12 compagni, e dopo un conflitto
di 4 ore Parafante vi restò morto con tutti i dodici assassini e la donna
fu presa viva. Combatté con un coraggio da disperato; la sua morte costa
la vita di sei brave guardie civiche, che quasi tutti restarono estinte dalle
sue mani e tre altre furono ferite, morì in età di anni 28.
Questo mostro incendiava per gusto gli alberi fruttiferi dei pacifici proprietari.
Il signor Pepe di Squillace ebbe dal suddetto incendiato un fondo di ulivi.
Il giorno 25 dicembre 1810 l'ajutante Iannelli incontrò il suddetto scellerato
alla testa della sua formidabile banda nelle marine di Soverato e Sanguinario
ed occupate le alture ed i forti saglienti dei briganti dopo un vivissimo combattimento
li gettò nel mare ove cercavano di guadagnare delle barche per sottrarsi
ad una meritata morte, riuscì il loro progetto vano e le brave guardie
civiche l'inseguirono fino alle sponde della marina deve lasciarono la vita
i facinorosi briganti Nicola Clericò di Crozzo, Domenico Latrella, Saverio
Carcoglionete, Giuseppe Carfalla, Giuseppe Calabritta, Damiano Greco, Sciabolella,
Emanuele Saveri, Aiello Gattara. Riuscì al solo brigante Giuseppe Russo
di scappar in tale azione dove la sua banda fu interamente distrutta.
Giuseppe Russo detto il Tiranno
senza anima nacque in Monte Paone nel Distretto di Catanzaro da vilissimi parenti,
ed esercitava il mestiere di guardiano di bovi; portato alle scelleraggini fu
il primo del 1806 a mettersi alla testa dei briganti di Gasparina e sue vicinanze;
esercitò sempre il suo brigantaggio nei paesi siti sul mar Ionio cominciando
da Squillace e Gasparina fino alle montagne di Assi e di Stilo, più volte
entrò a mano armata nei paesi di Montauro, Gasparína, e Monte
Paone, prese in Montauro a viva forza, l'Arciprete ed altri gentiluomini primari,
prese in Monte Paone l'Arciprete M. Pollinzi, il figlio del signore Muraca,
e fece pagare a tutti i suddetti delle somme esorbitanti. Le uccisioni, i massacri,
le mutilazioni che commise un tal mostro sono infinite, se ne racconta una per
formar l'idea del suo crudele carattere; incontrò nel territorio di Squillace
quattro mulattieri con quattro muli di loro pertinenza e dopo di averli spogliati
di tutto ciò che avevano recise ai quattro infelici ed oltre ai muli
le teste e prese gli otto teschi, l'appese ad un albero alternando una testa
di uomo con un'altra di bestia.
Il giorno 9 febraro 1811i il suddetto scellerato fu cinto dalle colonne mobili
e dall'ajutante generale Iannelli nel palazzo del signore Giacinto Madonna in
Stallatti [Staletti] che l'avea asilato per un'infame venalità, dopo
un combattimento di quasi un'ora il tiranno senz'anima, restò morto e
don Giacinto Madonna ferito: morì in età di anni 30.
Giuseppe Rotella detto il Boia
nacque in Tiriolo da vili genitori, dopo il 1806 si pose brigante in campagna,
e si fece capo di molti assassini di Tiriolo, di Amato e vicinanze, esercitava
il suo brigantaggio sulla strada pubblica che da Nicastro conduce a Catanzaro
per S. Raimonda. Una tale strada mentre visse un tal mostro insigne fu chiusa
ad ogni sorta di viaggiatore; quante volte i cacciatori francesi vollero azzardare
in picciol numero per questa strada vi lasciarono la vita, se ne contano al
di là di 30. L'iniquo Boja avea il costume di tagliare il naso e le orecchie
a chi incontrava o di farlo divorare dai suoi cani che aveva accostumati di
fare simili scempi. Gli infelici abitanti di Feroleto sperimentarono per lungo
tempo la più crudele tirannia di questo prodigio di crudeltà.
Si vedono oggi quasi tutti i campagnuoli di codesto paese, senza orecchi e molti
senza naso, monumento della ferocia dell'empio Rotella.
Il suddetto prese un giorno agli abitanti 130 teste di bestiame vaccino, ed
indi chiese al comune di Feroleto ducati 4.000. Feroleto ricusò di pagare
una tal somma ed il Boja con tutto il bestiame [andiede] sulle rupi di Caraffa,
dopo d'averlo egli ed i suoi compagni trafitto a colpo di coltello lo precipitò
in una profondissima valle, per più tempo l'aria fu infetta dalla presenza
e dal fetore delle carni di quegli infelici animali.
Nel 1809 il Boja colla sua banda entrò colle armi alla mano nel villaggio
di Caraffa dove massacrò da 42 abitanti delle primarie famiglie, rubò
e trasportò seco una donzella di anni 14 appartenente alla famiglia Grandi
la prima in Caraffa; accostumò così bene la detta giovane alle
armi e al genere di vita che egli menava di modo ché fra poco ella divenne
coraggiosa e crudele al pari di lui; quando fu distrutta la sua banda ed il
Boja era obbligato salvarsi la vita fuggendo da un luogo ad un altro accadeva
sovente che egli si abbandonava al sonno e la donna lo custodiva con le armi
alla mano. Finalmente il giorno 4 settembre 1810, fu attaccato dal detto ajutante
generale Iannelli nel passaggio che si fa dalla Fiurnarella di Catanzaro al
fianco del [fiume] Alli, dove il Boja lasciò la vita, e la donna rese
le armi: morì in età di 30anni, fu dei più coraggiosi fra
tutti i briganti.
Vincenzo Luca detto Zampogna
nacque in Policastro da un massaro, sortito dall'adolescenza uccise il proprio
padre e si pose in campagna, divenne il terrore del Marchesato, rapì
molte donzelle, massacrò e mutilò molte persone d'abene distrusse
molte mercanzie ed animali, ed incendiò molte proprietà.
La sua banda composta dal di lui fratello egualmente scellerato e da cinquanta
altri individui fu distratta in diversi attacchi dall'aiutante generale Iannelli.
Egli e il di lui fratello furono presi il giorno 14 di dicembre dal signor ufficiale
ed indi giudicati dalla Commissione Militare ed afforcati. Vincenzo Luca morì
in età di anni 28, Francesco 31.
Domenico Pasquale Saverio ed Antonio Cefali detti gli
Azzariti
nacquero in S. Pietro di Maida da una famiglia di galantuomo, in epoca anteriore
al 1799 si posero in campagna e cominciarono a commettere ogni sorta di estorsione:
nel 1806 presero il partito degl'inglesi e commisero con sevizie massacri infiniti
trainati con i di loro partigiani fra i quali il figlio di L. Vincenzo Fabiani
famiglia primaria di Monteleone, incendiarono alla detta famiglia tutte le possessioni
e la ridussero in stato di bisogno, commisero massacri di ogni sorta, mutilarono
frequentissimamente; furono il terrore di Maida, San Vito, Serrastretta, Filadelfia
e Squillace. Erano costoro diretti da un loro zio chiamato Domenico Antonio
Cefali di Azzariti, costui correva da paese in paese, ed ordinava gli incendi
ai suoi nipoti, e le stragí, gli Azzariti avevano una compagnia di circa
tre[cento] briganti di lacurso, Curinga, Filadelfia.
La suddetta compagnia fu distrutta dall'aiutante generale lannelli, e loro vi
perirono in diversi rincontri cioè Pasquale Cefali morì nel 30
novembre 1810 in età di anni 24. Il 20 marzo 1811 di anni 34 Antonio.
Il 5 aprile 1811 Saverio nel detto giorno, e lo zio fu arrestato e giudicato
a' ferri in vita.
Angelo Rizzuto
nacque nel villaggio dei Parenti da vili genitori, dimorò 18 anni in
campagna commise i suoi eccidi che tutti gli altri briganti, fu capo di una
comitiva di 40 circa persone di paesi di Cotronei, Misuraca, S. Giovanni in
Fiore. Signoreggiò nella Sila e nel Marchesato ed aggi di concerto con
Parafante, il giorno 17 dicembre 1810 fu chiuso dall'aiutante generale lannelli
in persona fra la Valle di S. Antonio e la montagna di Mollarotta presso Misuraca;
forzato dalla fame fu preso con tutti i suoi compagni i più
facinorosi, fu condannato dalla Commissione Militare a morire sulle forche in
età d'anni 39.
Francesco Domenico e Pietro Marinaro detti Rinfreschi
nacquero in Cortale da una famiglia civile; nel 1806 uniti alli quattro fratelli
Penna del medesimo Comune e a 30 altri briganti di Contrada, lacurso, Girifalco,
formarono una compagnia che fu chiamata la terribile fra quanti scellerati esisterono
nelle Calabrie; questa ebbe il primo rango nella crudeltà. Essendo stato
ucciso uno dei loro compagni in un conflitto dal civico Antonio Bilotta, riuscì
l'indomani ai scellerati di avere nelle mani il vecchio padre di Antonio Bilotta
e presolo vivo lo legarono al cadavere dell'estinto loro compagno, e così
lo fecero barbaramente morire; tagliarono molte volte alle loro padrie le acque
e ne riscossero dei tributi, proibirono i lavori della campagna, uccisero, e
mutilarono molte persone oneste.
I suddetti scellerati per disposizione dell'ajutante generale Iannelli il giorno
28 ottobre 1810, furono chiusi nel villaggio di S. Vito, dove perirono tutti
e sei i fratelli Penna ed i più terribili loro compagni. Francesco morì
in età di anni 28. Domenico di anni 27. Pietro di anni 24.
Francesco Muscato detto il Bizzarro
nacque in Vazzano da vilissimi genitori; nella sua primissima età fu
servo della famiglia de Sanctis la più distinta del paese. Sedusse la
figlia nubile dei suoi padroni donna Felicia de Sanctis e per più tempo,
ebbe con la medesima un carnale e segreto commercio. Si avvidero il padre e
lo zio della giovine del tradimento del servo infedele, e dopo di averlo bastonato
fortemente, per loro cooperazioni, lo fecero partire per Napoli come soldato
nei reggimenti di Ferdinando IV. Nella entrata delle armi francesi nel Regno
riuscì al Bizzarro di abbandonare le sue bandiere e si trasferì
subito in Vazzano dove sorprese nella chiesa gli infelici suoi padroni, e li
massacrò ambedue tagliandoli a pezzi, saccheggiò la loro casa,
e condusse seco nella campagna la sua amante donna Felicia che lo seguì,
ma si crede che questa sconsigliata giovine fosse stata d'intelligenza nell'esterminio
dei suoi genitori. Cominciò sin d'allora il Bizzarro a formare una banda
di briganti, si pose alla loro testa e saccheggiò Filadelfia, Francavilla,
Vazzano, commise stragi e delitti di ogni genere, le sue crudeltà gli
valsero la protezione di Carolina che gli diede il grado di capitano delle masse.
In uno degli attacchi fu presa dalle truppe francesi la detta Felicia de Sanctis
la quale per domanda dei suoi parenti soprattutto fu posta dal governo in uno
dei rinformi di Napoli.
Continuò il Bizzarro la sua carriera nei delitti, uccise con sevizie
il capitano Loredo di Monteleone, il tenente colonnello Lombardi di Polistina
e molti ufficiali civici nonché molte altre persone oneste.
Nel mese di giugno 1809 nel tempo della spedizione marittima inglese Bizzarro
alla testa della sua banda entrò in Rosarno, massacrò il comandante
e quattro altri uffiziali Civici ai quali recise la testa.
Il giorno 10 agosto del detto anno l'ajutante generale Iannelli, marciò
sopra Laureana dove dietro un combattimento di più ore disfece tutti
i briganti riuniti fra i quali vi era la comitiva di Bizzarro; si trovava ancora
in quella riunione Andrea Orlando divenuto capo di una compagnia di briganti
più per circostanze particolari che per scelleraggine; Orlando non aveva
mai ucciso, né commesso alcuna violenza; si guardava in campagna e serviva
gli inglesi; più volte aveva incontrato degli uffiziali francesi isolati.
Egli li scortò al loro destino dicendo loro di essere un uffiziale civico
col suo distaccamento; Orlando di costume più onesto, non amava le rapine,
la crudeltà e la truce maniera del Bizzarro, l'ajutante generale Iannelli
protetto dalla discordia esistente fra i due capi trattò la presentazione
d'amnistia di Orlando, alla condizione che egli si fosse cooperato alla distruzione
della banda di Bizzarro, riuscì perfettamente il progetto: Orlando si
dichiara contro Bizzarro, l'attaccò lo disperse e condusse ivi in Monteleone
dodici dei più facinorosi briganti della compagnia di Bizzarro, che furono
subito afforcati essendo stati presi da lui con le armi nella mano.
Orlando con la comitiva di 120 individui fu ammesso all'indulto ed oggi per
servizi importanti che non ha mai cessato di rendere si trova tenente nella
compagnia scelta del distretto di Monteleone. La persecuzione contro Bizzarro
dívenne sempre più attiva, la sua comitiva fu considerata indebolita;
finalmente nel 1810 inseguito ed incalzato in tutti i punti, si rinserrò
nel bosco della Lauria del Golfo di Gioia.
Era egli restato con tre compagni ed una sua druda alla quale per goderla liberamente
uccise il suo marito e ancor brigante, e suo compagno: credendo di non essere
sicuro in tale asilo avea formato il progetto di passare nei boschi dell'Aspromonte,
ed imposto avea i suoi compagni, ed alla donna di seguirlo; questa ultima ricusò
di ubbidirlo e li manifestò la sua intenzione di volersi nascondere in
qualche villaggio; passarono in parole oltraggianti ma il Bizzarro finì
la questione cavando il suo coltello dalla tasca, tagliandole la faccia e ferendola
in una mano. Tali offese determinarono la donna ad eseguire il progetto di assassinarlo,
ed infatti nel centro della notte gli scaricò nel petto la di lui stessa
carabina e gridando ai compagni allerta che vi sono le Civiche fuggì;
in tal guisa che morì lo scellerato Bizzarro in età di anni 36.
Francesco Curcio detto Orlandino
nacque in Petrizza da Domenico Curcio Massaro di bovi; nel 1806 egli, ed il
padre si posero in campagna per favorire il partito di Ferdinando; formò
una banda di 40 circa persone, e fu il terrore dei circondari di Davoli, Satriano,
massacrò molti soldati francesi, e non pochi pacifici abitanti, mutilò,
stuprò ed incendiò molte possessioni ed alberi fruttiferi; questo
scellerato, per maggiormente ingannar le Civiche, vestì la sua comitiva
con pantaloni bianchi ed abiti alla francese, e con questo mezzo li riuscì
più volte di evitare, ed eludere le persecuzioni della giustizia. La
banda dello scellerato fu distrutta dall'ajutante generale Iannelli.
Il detto ufficiale riuscì a guadagnar l'animo di due briganti della detta
comitiva Vincenzo Sera e Francesco Carcaglioniti, promise e diede a loro l'indulto
alla condizione di scoprirli la dimora del loro capo: Orlandino e la sua banda
erano ricoverati in una torre due miglia distante da Petrizza, Sera e Carcaglioniti
presero un pretesto, partirono e ne avvisarono le truppe.
La torre fu all'istante investita e circondata dalle colonne dell'ajutante generale
Iannelli nella notte dei 29 novembre 1809, incominciò il combattimento
il più ostinato, i briganti si batterono con un coraggio da forsennati.
Francesco Piromallo di Chiaravalle, Gregorio Grillone di Gasparina, il padrone
della torre che aveva asilato gli assassini morirono nell'attacco: Orlandíno,
il padre, ed i suoi compagni combatterono per 24 ore finché mancarono
loro le munizioni e furono obbligati ad arrendersi a discrezione.
È da rimarcarsi che tra i briganti presi si è trovato la moglie,
vestita da soldato francese; la quale donna avea ingannato con un coraggio straordinario;
così finì tutta la banda del famoso Orlandino.
Antonio Colacino detto Gorigoro
due fratelli Crocerio, tre fratelli Puccio detti Volpe e Giuseppe Gallo tutti
nativi di Tiriolo da vili genitori furono alla testa delle sanguinose rivolte
di Tiríolo e Gimigliano, avevano formata una banda di 300 circa assassini,
e minacciarono più volte Catanzaro, avevano ridotti gli abitanti di questa
città a non sortire le porte; perfidi e sanguinari al par degli altri
massacrarono incendiarono e violarono: distrussero molti soldati francesi che
restavano isolati, e commisero qualunque eccesso. Nel mese di gennaro 1811 l'ajutante
generale lannelli perseguitò la detta banda, l'attaccò e la fece
attaccare più volte, molti restarono estinti altri furono presi.
I suddetti capi tutti perirono cioè Antonio Colacino morì il dì
29 febbrai di anni 24. Domenico, Tommaso Puccio furono uccisi il dì 20
gennaio, il primo di anni 20, ed il secondo di anni 22. Vincenzo Crocerio morì
combattendo in campagna il 21 settembre di anni 30. Gaetano Curcio giorno 8
novembre di anni 36 e Giuseppe Gallo lasciò la vita il 30 gennaio di
anni 28.
Giuseppe Pisano detto il Cagno
nacque in Montauro da vili parenti, fu capo di una comitiva che si estendea
dalle porte di Catanzaro, fino ai paesi di Davoli, e Satriano, fu un terribile
devastatore di campagna, massacrò e mutilò molti francesi, e molte
persone da bene, si fece un nome orribile. La sua compagnia fu interamente distrutta
dall'ajutante generale Iannelli e lui morì il 30 gennaio 1811 di anni
27.
Tali orde di mostri avevano delle reciproche corrispondenze: agivano di concerto
e si prestavano scambievolmente la mano; avevano inventate le morti più
tormentose, ed i castighi più snaturati per quei civici che marciavano
contro di loro, per quei fra gli abitanti che tardavano un momento di ubbidire
alle loro domande, o che ardivano di svelare le loro dimore e i loro transiti.
Le mutilazioni di ogni specie furono infinite: le morti lente, e precedute da
sevizie non ebbero numero, i massacri di uomini e di animali, avvenivano in
tutti i giorni.
Per mezzi così orribili avevano incusso un terrorismo a tutti gli abitanti
in maniera che veruno ardiva pronunciare di loro anzi tutti e molti senza-la
propria volontà, e per compito timore erano obbligati ad inviar viveri,
ad asilarli, a proteggerli. A moti così estremi tutti si richiedevano
i rimedi, la moderazione che l'autorità per secondar la clemenza del
Sovrano apposero qualche volta alla loro ferocia, fu sempre creduta debolezza.
Fu dunque cosa necessaria mostrare un carattere fermo, frenare le loro scelleraggini
ed occuparsi dei soli mezzi possibili per vendicare l'oltraggiata umanità.
L'arresto dei loro parenti e di quei vili che loro inviavano notizie e soccorsi
divenne necessario 1° per fargli mancare le sussistenze, 2° per avere
nelle mani degli ostaggi, onde frenare le atrocità, che i malvaggi commetteano
sulle innocenti vittime che cadeano nelle loro mani; si vide per esperienza
che il grido della natura per alcuni dei loro parenti ai quali vivevano attaccati,
parlò sovente in quei cuori induriti ad ogni delitto, e sordi alle voci
di ogni dovere, molti individui furono restituiti, e moltissimi eccessi vennero
impediti per il timore che i parenti dell'assassino che avea commesso l'arresto
o minacciato il danno, potessero soffrire delle bastonate o altro castigo.
Fu cosa indispensabile di rendere deserta la campagna nel tempo della viva persecuzione,
per fare loro mancare le sussistenze, e così forzarli ad uscire dai loro
ripari, combattere per avere dei viveri; la loro tattica essendo stata quella
di sollecitare i combattimenti contro forza maggiore.
Questo pensiero io lo proposi al generale Cavaignac il giorno 8 marzo il 1810,
io lo eseguii nel mio picciol comando del golfo di Sant'Eufemia e riuscì
perfettamente; avendosi distrutte tutte quelle comitive.
Il generale Cavaignac non lo approvò e ne sospese l'esecuzione con sua
circolare dei 22 marzo 1810. Arrivato al comando il tenente generale Manhès
il primo ottobre 1810 ingrandì il mio comando, anzi lasciò liberi
le braccia nella esecuzione. I soldati furono felicissimi, le città i
villaggi furono tutti circondati. Non si portavano viveri in campagna. Tutti
i giovani civici, e le truppe sortirono armati, e in parte occuparono i boschi
ed accompagnarono in quei medesimi posti, ove i briganti si erano per lungo
sottratti alle ricerche della gíustizia. Gli uomini più attempati,
i feriti stessi, e le Autorità presero le armi, e assediavano le mura.
Le colonne volanti composte dall'altra parte della gioventù serrando
tutte le pianure e le vicinanze e le rive dei fiumi non restò in modo
alcun scampo ai scellerati.
In seguito da per tutto i luoghi abitati chiedevano loro l'ingresso, le loro
posizioni erano occupate da forse maggiori, coreano al capriccio della fortuna
e s'imbatteano sovente la morte.
In questo modo quasi tutti perirono, quei molti orribili che erano divenuti
il flagello dell'umanità, e il terrore delle Calabrie.
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Note:
(1)Manoscritto conservato nella Bibliothèque Nazionale
di Parigi (Mns.,Fonds Italiens, 1124,fasc.10) da noi tratto da Atanasio
Mozzillo in Cronache della Calabria in Guerra "Bandi
e proclami inglesi e borbonici 1806-1807" pp.1079/1079; Ed. Scentifiche
Italiane anno 1972;
(2) Francesco PAPPALARDO Il brigantaggio tratto da Cristianità,
21 (1993) novembre, n. 223;
(3) Pietro Colletta in " Storia del Reame di Napoli, a
pp 404 è 405, Edizione S.a.r.a.-1992;
(4)Questo documento lo pubblicheremo in appresso;
(5) ibidem vedi nota '2 ;
(6)QUINTAVALLE, Notizia storica del conte Carlo Antonio Manhès
tenente generale ecc. scritta da un antico ufficiale dello stato maggiore del
suddetto generale Manhès nelle Calabrie, Napoli 1846.