Anno domini 1726
La lite
tra il Vescovo di Nicastro
ed i frati Minimi di Sambiase
Premessa curata da Giuseppe Ruberto (webmaster del sito)
La vicenda è stata possibile ricostruirla grazie ad
una ricerca effettuata da Antonio Raffaele il quale nel suo articolo(1)
scrive a tal proposito: "questo episodio è stato dimenticato
dai cronisti locali volutamente in quanto molto spesso con mano furba ed intelligente
o di un'accorta persona, han fatto perdere per sempre, distruggendole, carte
ritenute forse troppo compromettenti ".
Ma che cosa successe realmente??? Presto detto.
Antonio Raffaele racconta: "che ogni cinque anni i vescovi, oggi come un
tempo, dovevano inviare a Roma una relazione (detta ad limina) consistente in
una minuziosa descrizione dello stato della diocesi e delle sue chiese; in più
obbligo del medesimo visitarle una volta all'anno. Dalla relazione di Mons.
Angeletti (2), Vescovo di Nicastro inviata nel 1726 alla Sacra
Congregazione del Concilio, emerge che a Nicastro - che contava 4408 abitanti
- vi erano: 35 sacerdoti secolari, 20 canonici. 12 cappellani, 21 frati nei
conventi dei Domenicani dei Cappuccini, e dei Francescani. Questi ultimi non
gradivano la visita del Vescovo, in quanto davano una diversa interpretazione
delle leggi del Concilio di Trento"; "in particolar modo in osservanza
della Bolla Pontificia di Innocenzo X
al
secolo Giovanni Battista Pamphili (Roma, 6 maggio 1574 - Roma, 7 gennaio 1655)(b)
che incominciava -ut pavis- e che cercava di fare una ispezione nel piccolo
convento dei Minimi di S.Francesco di Paola a Sambiase "(3)
Nella relazione(4)lo stesso vescovo scrive " che i frati
del Venerabile Convento vi si opposero con "armata manu"e
che pur avendo potuto entrare nello stesso con la forza,ma,per evitare maggiori
scandali,decise di rinunciare alla visita".
Ma come dimostrasi in avanti i fatti non andarono così.
Il documento conferma che la "condotta del vescovo Angeletti non fu davvero
tra quelle cristiane e pacifiche", il vescovo chiese l'intervento di alcuni
sbirri che comandati dal fratello Giuseppe nominato, guarda caso, Vicario Generale
della Diocesi, furono incaricati di arrestare il Padre Correttore e tutti i
frati del Convento.
È il caso della nostra vicenda, prosegue Raffale, " è stato
possibile ricostruirlo grazie al fatto che alcuni abitanti di Sambiase' (5)
si rivolsero ad un notaio per attestare quanto successe tra il vescovo di Nicastro
ed i frati Minimi di Sambiase. I cittadini non scelsero un notaio della loro
terra (in quel tempo gli esercenti questa professione era numerosi), ma si rivolsero
ad uno (notaio) (6) di Gizzeria, forse temendo eventuali ripercussioni,
o forse per mantenere una qualche segretezza sull'accaduto. Il motivo non lo
potremo mai sapere, ma la testimonianza da essi resa rimane una memoria incancellabile
"; quello riportato di seguito ne è il resoconto.
Il fatto
Il quindici settembre del 1725, sabato, verso le ore tre del
pomeriggio, "giunse in questa terra predetta Monsignor Angeletti
Vescovo della città di Nicastro per far la visita in detto luogo di San
Biase diocesi di Nicastro con grosso numero di gente" il quale fatti la
visita la chiesa Parrocchiale con tutto il suo seguito si diresse nella casa
di don Gaspare Mazza, "Arciprete di detta terra di San Biase", dove
unitamente al reverendo cantore don Pietro Orlandi, ed al canonico don Diego
Papa, e ad altri scrivani, mastrodatti, e quantità di sbirri che avea
condotto seco, dal convento di S. Francesco di Paola, "eretto dentro la
predetta terra di San Biase, dandoli ordine, e comandando che andati che fussero
in tutti muodi procurassero di carcerare il Padre Correttore di detto Venerabile
Convento, anche se l'avessero ritrovato abbracciato con la colonna di Cristo
(...]".
Mons. Domenico Angeletti (1663-1731) vescovo della diocesi di Nicastro
(ibidem nota 1)
Le summenzionate persone (vedi nota '5 )costituitesi
dinnanzi al notaio, con giuramento assicurarono di aver inteso dire dalla propria
bocca di detto Monsignor Vescovo quest'ordine, mentre il presule stava affacciato
alla finestra della casa del suddetto arciprete. Le persone incaricate
di compiere l'arresto, si trovavano anch'esse davanti alla finestra, e "avuto
detto ordine verso l'ore 22 di detto giorno si portarono dal detto Venerabile
Convento nel quale ritrovarono la porta della chiesa" aperta. Al termine
delle recite e del canto del Santissimo Rosario alla presenza, al solito, di
"un gran concorso di popolo dell'uno e dell'altro sesso", gli inviati
di Mons. Angeletti entrarono in chiesa con "parte di detti sbirri armati
con tutte sorti d'armi, e colle scoppette, e pistoni in mani, di modo che pareva
che più tosto volevano assassinar detto convento, che fare altra cosa,due
de quali sbirri di subito entrati viddero che il Padre Pietro dell'Amato steva
in catedra cantando il Santissimo Rosario, e li giunsero adosso dicendogli che
non s'avesse mosso ch'era carcerato (...]".
Il malcapitato padre vistosi assalire, gli rispose : " che
la chiesa di Dio non si custodiva more pecundum e che non avessero proceduto
così villanando con Padri Sacerdoti, ma loro poco curandosi le sue grida,
tenendolo dal petto colle loro mani, lo condussero con spinti ed urti verso
il Coro", la di cui porta è vicina all'altare Maggiore attaccata
col tabernacolo dove s'adora il Santissimo Sacramento . Gli altri restanti compagni
di detti sbirri, "entrarono nel Coro, e nella sagrestia, dove si erano
soffermati i detti Reverendi Canonici, l'Arciprete, ed altri officiali tra cui
i due religiosi laici frat'Andrea e frat'Angelo i quali furono arrestati dalla
sbirraglia, e quindi passarono dentro il Monastero "con l'armi in mani,
e vista la porta di battere che stava rinserrata, l'aprirono, avanti della quale
vi erano ancora di detti sbirri, e cursori che stavano di guardia, e molti del
clero di detta terra di San Biase con buona parte del popolo, il quale si ammirava
con grosso scandalo delli maltrattamenti che li detti sbirri ed officiali facevano
a detti reverendi Padri e loro Venerabile Convento, e con ciò li detti
sbirri salirono nel chiostro di sopra ...]."
Anni
'50 - interno della chiesa S.Francesco di Paola a Sambiase (ibidem nota
1)
Giunti alle scale, gli sbirri si imbatterono in
Padre Antonio di Anoja che fu afferrarono minacciandolo e maltrattandolo gravemente;
il che provocò la reazione di Padre Pietro dell'Amato che per aiutare
il suo confratello con forza si dimenò dalla morsa degli sbirri e si
lanciò verso di questi "per non farlo più maltrattare ed
offendere", ma un certo tale di Nicastro, loro cursore e compagno di detti
sbirri, li corse sopra colla pistola in mano, e gliela pose al petto, ed il
caporale Mastro Giacomo Basile alzò la canna del suo pistone verso la
testa di detto Padre Pietro dicendogli : " che l'ucciderebbe se niente
s'avesse mosso". Poi si portarono dalla camera del reverendo Padre Correttore
Padre Marco di Catanzaro", al quale fu intimato di uscire avendo avuto
ordine dal Vescovo Angeletti "di condurlo carcerato avanti di se, ma quello
intimoritosi per li maltrattamenti che avea visto fare agl'altri Reverendi Padri
si racchiuse ben forte dentro la sua camera e detti sbirri con molte minacce
di voler scassare la porta se non apriva fecero molto fracasso; alla fine visto
che non potevano far aprire se ne andorno assieme con detti reverendi canonici,
ed ufficiali con aver lasciato detti Reverendi Padri così villanamente
maltrattati doppo tanti contrasti, e dibbattimenti fatti."
Mons. Angeletti però non si diede per vinto, infatti li predetti costituti
con giuramento dichiararono "come il dì susseguente
diecessette del caduto mese di settembre giorno lunedì il detto Monsignor
Vescovo di Nicastro, dove se n'era ritornato di sabbato", a sera inviò
altre venti persone tutte armate, "affinchè avessero fatto sortire
la carcerazione del detto Padre Correttore, e di tutti li reverendi Padri del
Venerabile Convento" per condurli legati davanti a lui a Nicastro.
Le persone assoldate giunsero puntuali a Sambiase e "si portarono avanti
il detto Venerabile Convento, ed avendo fatto ogni sforzo non fu possibile far
aprire la porta atteso li Reverendi Padri per il timore di non esser più
maltrattati s'erano fortemente racchiusi, e serrati dentro."
Il presunto ritratto di d°Gaspare Mazza Arciprete della chiesa Matrice,
duomo di Sambiase (ibidem nota 1)
Il giorno seguente, martedì diciotto del cennato mese,
il Vescovo nicastrese inviò suo fratello don Giuseppe Angeletti, da lui
stesso nominato Vicario Generale della Diocesi di Nicastro, affinché
"in ogni muodo avesse fatto sortire tal carcerazione, il quale si portò
con grosso numero di gente nella casa del sopracennato Sig, Arciprete Mazza
affichè questi potesse andare con loro dal detto Venerabile Convento
per fare quanto li giorni innanzi s'era tentato". Fu grazie
all'intervento del sindaco della terra di San Biase il quale, assieme a tutto
il suo reggimento, intimò lo stesso Vicario per comunicargli
di fare a meno di "andar di nuovo dal detto Venerabile Convento atteso
che il popolo s'era tutto commosso in favore, ed a giusto di San Francesco di
Paola loro protettore, e che non dovea succeder qualche danno e detrimento,
che s'era consumato li giorni passati, tanto più che il Convento, e li
Reverendi Padri e frati in esso commoranti erano tutti d'esemplarità,
venerazione, e stima, e che così per il Venerabile Monasterio, come per
li Reverendi Padri e Frati l'Università tutta stava in procinto di spargersi
il proprio sangue delle vene, il che inteso da detto Don Giuseppe mutò
anche lui pensiero, e se ne ritornò in detta città di Nicastro,
senza far motivo veruno".
L'antico busto (1600) del Santo patrono di Sambiase che nella ricorrenza della festa viene portato in processione.
Non riuscendo nella sua impresa, il vescovo ricorse ad altra
soluzione: scomunicare il Padre Correttore e nello stesso tempo interdire (7)la
chiesa di San Francesco di Paola. Entrambi i disposti furono successivamente
sospesi per intervento della Congregazione del Concilio e della Immunità
ecclesiastica, ma ciononostante il vescovo rimase fermo nella sua posizione.
Questo il testo della scomunica, emanata da Mons. Angeletti:
"Questo giorno del mercoledì sei del corrente mese di
febraro del corrente anno 1726, e proprio verso l'ore 20 di detto giorno essendosi
portati personalmente innanzi la chiesa Porochiale di detta terra di san Biase,
nella porta maggiore della medesima anno visto, ed osservato un cedolone discoverto,
il quale per averlo letto, e riletto ciascheduno d'essi, e parte fattaselo leggere
asseriscono che conteneva la scomunica contro il Reverendo Padre Marco di Catanzaro
Correttore del Venerabile Convento di San Francesco di Paola di questa terra
predetta emanata dall'Illustrissimo Monsignor Vescovo della città di
Nicastro, il quale è stato affisso in detta porta sin dalli 15 del caduto
mese di decembre del caduto anno 1725, per averlo visto ogni giorno affisso
in detta porta, e con tutto che secondo anno inteso dire al predetto Illustrissimo
Monsignor Vescovo si fussero sin dalli 29 del ceduto mese di gennaro del corrente
anno state presentati due ordini, uno della Congregazione del Concilio, e l'altro
dalli immunità ecclesiastica che restasse sospesa detta censura per tre
mesi con la reincidentia, nondimeno il detto cedolone non l'anno visto, ne tolto
dalla suddetta porta, ma sta attualmente sincome è stato sempre affisso,
il quale non solo si puol credere da essi suddetti, ma da tutto il popolo di
detta terra, e d'ogni altra persona, che passa per innanzi detta porta, essendo
in luogo alto, che da tutti è visto, ed osservato con grandissimo scandalo,
ed ammirazione di tutto questo popolo per I'inobbedienza usata a detti cennati
ordini".
Anni '50 - interno della chiesa Matrice duomo di Sambiase
La seconda testimonianza che segue(8), è
relativa "all'interdetto" che, nonostante la sospensione, era ancora esecutivo.
Si ricava da un'istanza presentata dai cittadini di Sambiase in
relazione al rispetto delle ultime volontà di due donne, Porzia e Beatrice
Pansino , le quali avevano disposto tramite i loro testamenti ( rispettivamente
tramite i magnifici notai Marzio Turco e Domenico Bufera di San Biase) che alla
loro morte fossero sepolte nella cappella della confraternita del Santissimo
Rosario sita dentro il Convento di S.Francesco di Paola. Nonostante ciò
e nonostante l'istanza fatta dai Padri di detto Convento l'arciprete Gaspare
Mazza, e i reverendi Don Marco Notarianni e Don Giovanni Vertino economi della
chiesa Matrice (S. Pancrazio - Duomo di Sambiase) sotto pretesto che Monsignor
Vescovo di Nicastro avesse proibito che i cadaveri non fossero sepolti in detta
chiesa perché la stessa era stata interdetta dalla sagra Congregazione
del Concilio, che vedeva aveva proibire parimenti li Padri e Frati di detto
Convento di San Francesco di Paola di non andare a processioni de morti, come
anche a non andare a processioni, e dir messa di fuora, ed ancora di non portarsi
il popolo in detta chiesa, ed altre stranezze, con pregiudicio, e danno notabilissimo
di essi Frati, e di detto Convento, e parimenti con scandalo grandissimo di
questo popolo di San Biase, per tutto ciò li predetti costituititi (9)
lo testificano con giuramento per essersi trovati presenti nel trasporto di
detti cadaveri". I predetti testimoni (10) anno requisito
a Noi notizia e giudizio che di tutto ciò avessimo fatto il presente
atto pubblico, e perché l'officio nostro non può nelle cose giuste
denegarsi, l'abbiamo steso su certificantes insi nem juramento .
Nostra conclusione :
" Da questa triste vicenda cogliamo comunque la devozione, l'attaccamento
ai valori del popolo sambiasino verso il loro Venerabile S.Francesco di Paola
che per la cronaca si ribellò tramite il sindaco intimando il Vicario
don Giuseppe Angeletti con le seguenti parole "…il popolo
s'era tutto commosso in favore di San Francesco di Paola loro protettore, e
che così per il Venerabile Monasterio, come per li Reverendi Padri e
Frati l'Università e che stava in procinto di spargersi il proprio sangue
delle vene, il che inteso da detto Don Giuseppe mutò anche lui pensiero,
e se ne ritornò in detta città di Nicastro, senza far motivo veruno".
Anni '40 - Festa di S.Francesco di Paola a Sambiase
Evidentemente il vescovo desistette dal suo velleitario intento
iniziale visto che il popolo, molto allergico alle prevaricazioni,
era pronto …" a spargersi il proprio sangue delle vene"
forse con "armata manu" e non con l'acqua santa come avrebbe
voluto scrivere Mons. Angeletti vescovo di Nicastro nella sua relazione "Ad
limina" il 4 ottobre 1726 ".
L'Ordine dei Minimi è un ordine religioso cattolico fondato da San Francesco
da Paola nel XV secolo. Deriva il nome dall'estrema umiltà del fondatore
che, ispirandosi all'eponimo San Francesco d'Assisi, fondatore dei frati Minori,
ne ha voluto rimarcare il carattere di soggezione alla volontà di Dio
e di servizio ai fratelli più bisognosi, senza alcun margine per l'affermazione
o soddisfazione personale, nella vita terrena. Motto del fondatore e, quindi,
anche dell'Ordine, è "Charitas", parola latina traducibile
sia in "carità" sia in "amore", come valore indispensabile
a far sì che la fede non sia vuoto ritualismo, bensì modo di vivere
operando concretamente per il bene spirituale e materiale degli uomini.San Francesco
da Paola, sull'esempio del "Poverello" d'Assisi, coerente con tale
umiltà, non volle mai accettare i voti sacerdotali, rimanendo un semplice
frate. G.Ruberto
ps: Un sentito plauso ad Antonio Raffaele studioso della storia locale che
ha contribuito dopo 287 anni (1726-2001) a ripristinare la "verità
dei fatti" e che se "armata manu" c'è stata oggi sappiamo
da chi è stata fomentata e chi l'ha subita e che, Noi, per onor di cronaca l'abbiamo riproposta; ai posteri l'ardua sentenza.
NOTE
(1) L'articolo "La lite del 1725
tra il Vescovo di Nicastro ed i frati Minimi di Sambiase" e stato
scritto da Antonio Raffaele e pubblicato in Storicità (rivista d'altri
tempi, anno X n°96 maggio 2001, pp 4/8 ); Rodolfo Calfa Editore Lamezia
Terme (Cz)
(2) - Nostra annotazione - curata da G.Ruberto- "Domenico Angeletti nacque a
Manfredonia (Foggia) il 25 ottobre 1663; laureatosi in utroque alla Sapienza
di Roma il 26 agosto 1686 e ordinato sacerdote il 22 dicembre1691, divenne Uditore
del Card. Carlo Bichi. In questa carica fu promosso alla chiesa di Nicastro
il 2 ottobre del 1719. Fu consacrato dal Card. Fabrizio Paulizio il 29 ottobbre
successivo ". (p. Francesco Russo M.S.C. in "La Diocesi di Nicastro",
p.261 )
(b) -Nostra annotazione- curata da G.Ruberto " Per la cronaca Innocenzo X,
al secolo Giovanni Battista Pamphili (Roma, 6 maggio 1574 - Roma, 7 gennaio
1655), fu Papa dal 1644 al 1655. Fu creato cardinale nel 1629. Il cardinale
Pamphili ascese al soglio di Pietro il 15 settembre 1644. Educato come avvocato,
dal punto di vista politico, fu uno dei pontefici più abili della sua
epoca ed aumentò notevolmente il potere temporale del Vaticano. Subì
fortemente l'influenza di Olimpia Maidalchini, moglie del fratello scomparso
e soprannominata Pimpaccia. La donna, nata a Viterbo nel 1592, era bella, intelligente
e furba. Dopo essere rimasta vedova, riuscì a sposare Pamphilio Pamphilj,
più vecchio di trent'anni e fratello del papa. Rimasta nuovamente vedova
ed entrata nelle grazie di Innocenzo, divenne la sua principale consigliera.
A Roma era risaputo che qualsiasi decisione importante veniva presa solo dopo
una consultazione con Donna Olimpia. Per questo nel giro di pochi anni divenne
la donna più temuta, e più odiata di Roma. Chiunque avesse voluto
avere un qualsiasi tipo di contatto con il papa doveva passare tramite lei;
spesso il suo appoggio veniva concesso solo dietro compenso. A corte si diceva
che i due erano molto più che cognati, ma questa diceria non è
suffragata da alcuna prova.
Il soprannome di Pimpaccia derivò da una pasquinata: "Olim pia,
nunc impia", che tradotto dal latino suona 'una volta religiosa, adesso
empia'. Ovviamente Donna Olimpia sistemò anche il figlio Camillo, che
fu prima nominato capo della flotta e delle forze dell'Ordine della Chiesa,
e poi fatto cardinale. Rinunciò alla porpora per sposare Olimpia Aldobrandini,
giovane del principe Borghese. I contrasti tra le 2 Olimpie diventarono l'argomento
centrale dei pettegolezzi delle famiglie nobili di Roma. Negli ultimi anni di
vita del pontefice, Olimpia vendette benefici ecclesiastici per l'importo di
500.000 scudi. Il successore di Innocenzo X la esiliò ed alla sua morte,
nel 1657, lasciò in eredità 2.000.000 di scudi.
Innocenzo X morì il 7 gennaio 1655. Donna Olimpia fece sparire dai suoi
appartamenti tutto ciò che trovò e non volle dare nulla per la
sepoltura. Per l'avarizia dei parenti, il cadavere del pontefice rimase per
un giorno in una stanza e, solo grazie alla generosità del maggiordomo
Scotti, che fece costruire una povera cassa, e del canonico Segni, che spese
cinque scudi per la sepoltura, Innocenzo poté essere inumato nella basilica
patriarcale del Vaticano. In seguito, i suoi resti vennero traslati nella tomba
fatta costruire dal nipote Camillo e dal pronipote Giovanni Battista nella chiesa
di Sant'Agnese in Agone. La sua tomba è posizionata sopra l'ingresso.
Esso è considerato l'ultimo della Controriforma Cattolica. Tra gli illustri
pellegrini del Giubileo del 1650 si ricorda la regina Cristina di Svezia. L'animo
di Innocenzo X era tuttavia occupato in tanti altri affari e alla sua salute
più che ad una riforma religiosa di Roma e della cristianità.
Egli morì il 14 gennaio 1655, tra il disinteresse generale, tanto che
si fece non poca fatica anche per seppellirlo ".
(3-4)-Nostra annotazione-curata da G.Ruberto ACC,Relazione
ad limina, Nicastro, 4 ottobre 1726: "….quemadmodum tentavi visitationem
pavi conventus P.P. Minimorum Sacti Francisci de Paula loci Sacti Basij,etiam
ex speciali facultate SS.mi D.ni Nostri, sed patresmetipsi, januis clausis,
existentes intus armata manu me repulerunt et ego absque ulla violentia quam
adhibere potuissem,ad evitando malora scandala, prout jam innotescit huic Sacrae
Congregation ex recursu abito per Patres praefatos"
- notizia tratta dal libro del prof. Vincenzo Villella "La Calabria della
Rassegnazione,baroni,vescovi,clero e popolo in una società in disfacimento"Vol.II
(sec.XVII-XVIII); p.163,164 + relativa nota 335 a p.203,204 - Grafica Reventino
Editrice, ivi stampato nel mese di luglio 1985 presso la Grafica Reventino Editrice-
Decollatura (Cz)
(5) Giovanni Vertino, Mastro Luca Antonio Morano, Gaetano Liparoto,
Francesco di Fiore, Mastro Lorenzo Persico, Mastro Francesco Dattilo, Mastro
Antonio Palermo, Il magnifico Giacinto Vaccaro, Il chirurgo Giuseppe di Napoli,
Antonio di Costa, Francesco Antonio Villetta, Mastro Francesco Palajia, Mastro
Domenico di Jesi.
(6) Sezione Archivio di Stato Lamezia Terme (SASL), Protocollo
notaio Domenico Antonio Darà (Gizzeria), B. 208 1-3
(7)-Nostra annotazione-curata da G.Ruberto " Per
la cronaca il termine interdetto (o anche interdizione) si riferisce in genere
ad una punizione ecclesiastica della Chiesa Cattolica Romana. Nell'uso più
comune è una punizione che sospende tutte le manifestazioni pubbliche
di culto e ritira i sacramenti della Chiesa dal territorio di una nazione. Un
interdetto emesso contro una nazione era l'equivalente di un atto di scomunica
nei confronti di un individuo. Un interdetto faceva si che tutte le chiese venissero
chiuse, e quasi tutti i sacramenti non venivano permessi (ovvero impediva matrimonio,
confessione, estrema unzione ed eucarestia).
L'interdetto può essere anche una punizione rivolta ad un singolo individuo.
È come una scomunica in quanto la persona non può ricevere i sacramenti
e partecipare al culto pubblico, ma non vieta alla persona di continuare a detenere
ed esercitare l'ufficio ecclesiastico. Quindi per un membro laico della chiesa
è sostanzialmente equivalente alla scomunica ".
(8) SASL, Protocollo notaio Domenico Antonio Dara, B. 208,
pag. 3-4.
(9) Sarsale, Grillo, Fiore, Dattilo. Cicione, Benincasa, Rende,
Caligiuri, Volpe, Pujia, Persico, Dattilo, Perri, Notarijane, Macrì,
De Masi, Scordovillo, Morano, Vaccaro, Palermo, Villella, Giaccio, Chiocco,
Tripodi, Palaija, Liparota, Sesto, Pugliese, Orlando.
(10) SASL, Protocollo notaio Domenico Antonio Dara, B. 208,4-5.