A cura di Giuseppe Ruberto (webmaster del sito
Questa ulteriore ricerca si propone, attraverso un esame
comparativo, di individuare e ricostruire quelli che furono presso la comunità
sambiasina gli aspetti del culto dei morti nelle sue varie manifestazioni.
(Gierre)
Sambiase,anni trenta.Corteo funebre di un notabile lungo c.so V.Emanuele.(archivio
famiglia Borelli)
Gli usi e le tradizioni del nostro comprensorio presentano
fattori abbastanza omogenei (1), con variazioni e diversificazioni
che traggono origine soprattutto dalle condizioni economiche, dallo status sociale
di appartenenza e talvolta da peculiarità di carattere religioso.
Vediamo così, ad esempio, che si va da bare “tavuti” prontamente fornite dalle
pompe funebri, artisticamente intagliate e rivestite all'interno di raso alle
proverbiali “quattro tavole”, all'assenza totale di un qualsiasi manufatto la
salma veniva seppellita nella nuda terra (1bis). Anche il colore
delle bare aveva un preciso significato: bianco per i bambini, grigio-scuro
(o marrone) per gli adulti. La vestizione e acconciamento del cadavere erano
direttamente connesse alle condizioni economiche della famiglia.
A partire dal 1600 l'abbigliamento funebre poteva derivare dall'appartenenza
ad ordini religiosi laici. A Sambiase s’incaricava degli accompagnamenti funebri
il sodalizio S.Marco. La cappella S.Marco è annessa all'interno della chiesa
di S.Francesco di Paola.
Volendo adesso addentrarci maggiormente nelle credenze e negli usi perpetuati
nel tempo osserviamo che quando qualche sfortunato era sul punto di morte,
oltre ai congiunti, accorrevano al capezzale numerosi amici e conoscenti.
Nel caso di lunghe agonie, la credenza popolare poneva in correlazione le
sofferenze del moribondo con dei tabù ipoteticamente infranti. Si riteneva
che la lunga sofferenza era la causa di probabili colpe dell’anima e che pertanto
il moribondo non riuscisse a liberarsene dal corpo, non riusciva, come si
usava dire, a “scasari “(2).
A volte, per poter ottenere la liberazione dell’anima dalle pene del Purgatorio,
costoro chiamavano al proprio capezzale il notaio per “porre l’anima al riparo”.
Tra questi testamenti che potremmo definire moriens era ricorrente trovare
una formula quasi standardizzata per “raccomandarsi a Dio onnipotente”. Nella
fattispecie riproduciamo le parti più interessanti tratte da un testamento
eseguito dal notaio di Sambiase Antonio Cataldi (3) nel 1773:
“ ……abbiamo ritrovato il suddetto …..infermo di corpo, ma sano per la grazie
di Dio di mente, di retta loquela e di mirabile memoria, il quale dubitando
della morte ch’è comune a tutti ed incorre la sua ora;ha perciò deliberato
farsi l’ultimo testamento. Dopo la premessa iniziale ed i vari giuramenti,
il notaio si apprestava ad annotare il volere del Primierante : ”Come
fedele cristiano fandosi il segno della santa croce raccomandava all’anima
sua all’onnipotente Dio, alla gloriosa Vergine Sua speciale ravvedimento,
all’Angelo suo custode ed a tutti i Spiriti Beati affinché purgassero il viale
del perdono dei suoi peccati ed alla fine conducessero l’Anima Sua nella celeste
Patria in Compagnia dei Beati. Amen …..
Per la cronaca, dopo aver trascritto la donazione, il notaio solitamente chiudeva
il testamento rivolgendosi al testamentario: “ volete lasciare qualche cosa
al Reale Albergo dei Poveri della città di Napoli?” La risposta, era una sorta
di prova del nove, sulla pochezza dell’uomo davanti a Dio. Egli, il Primerante
affermava: “Non averci che lasciare” mentre il notaio concludeva:
“nos requirens nos onde”.
Era credenza popolare correlare alla sofferenza del moribondo le eventuali
trasgressioni avvenute durante il percorso della vita.
Tra i tabù ipoteticamente infranti vengono con maggiore frequenza indicati
: l'essersi serviti dello strumento più importante della civiltà contadina,
cioè dell'aratro, o di parte di esso, per farne legna da ardere oppure l'essersi
dissetati “cu l'acqua da lumera nte mani”, cioè mentre si era intenti a sorreggere
la lucerna ad olio, ( la credenza in origine è legata al culto della luce
e del fuoco); ed ancora l'avere eventualmente ucciso delle serpi nere, nelle
quali si ritiene ancora oggi che alberghino le anime di coloro che hanno da
espiare qualche pena, cioè delle anime purganti.
I rimedi tradizionali consistevano, ad esempio, nel porre sotto il guanciale
del moribondo un pezzetto di giogo o, in altri casi, nell'introdurre in bocca
allo stesso un cucchiaio d'acqua.
Al momento del trapasso i parenti del defunto cominciavano a gridare in modo
acuto e straziante. A Sambiase vi erano delle donne comunemente chiamate “migere
“ (4) che avevano il compito ( il più delle volte a
pagamento), tra lacrime disperate, ricordare le virtù del morto. Con forti
grida e struggenti cantilene, esprimevano il dolore del distacco, arrivando
a strapparsi i capelli e persino a graffiarsi il viso. Erano delle lamentatrici
di mestiere, le antiche "prefiche": - donne che vegliano il defunto con canti
funebri e filastrocche che richiamano episodi della sua vita, chiamate dai
parenti che vogliono non solo onorare la memoria del loro congiunto, ma anche
dimostrare a tutta la comunità, con questi toni strazianti, quanto sia drammatica
la sua scomparsa - .
L'usanza delle grida strazianti in casa e sulla via è plurimillenaria. Ed
a proposito dei gemiti e delle urla di dolore delle donne, scriveva C. Alvaro
in “Calabria”: «...Questi lamenti, tutte quante queste cose si svolgono tra
donne; le donne difatti hanno diritto a lamentarsi, diritto a parlare, ad
augurare, a benedire, a maledire; l'uomo ha per la sua qualità una forza impassibile
davanti alle gioie e ai dolori. L'uomo, davanti ai grandi fatti della vita,
tace!».
Dopo essere spirato, con un fazzoletto (ù maccaturu) si avvolgevano le mascelle
e il cranio del defunto, onde evitare che questi potesse trascinare con sè
nella morte altri familiari. Ancora oggi la salma, nella camera ardente, viene
orientata con i piedi rivolti alla porta. Era usanza, nei tempi passati, che
gli specchi venissero celati con un panno nero; mentre nella bara, al di sotto
del lenzuolo, veniva creato una sorta di giaciglio con foglie verdi e fresche
di agrumi; oggi vengono posti dei fiori. La veglia funebre si prolungava fino
al momento dei funerali, interrotta solamente da piccole pause di ristoro
offerte da parenti e amici. Si usava anche talvolta tagliare una ciocca di
capelli a memoria e per protezione dei congiunti. Se una persona decedeva
per disgrazia o assassinio, si usava porre una croce o un piccolo ceppo o
“a cona” (5) sul luogo dell'evento luttuoso perchè si riteneva
che lo spirito avrebbe continuato a risiedere ivi fino all'età in cui il soggetto
sarebbe poi morto per cause naturali.
A seconda che il decesso fosse avvenuto prematuramente, o per disgrazia o
per assassinio, in dialetto “di mala morti”, le persone si sedevano a terra
in cerchio innanzi al feretro mentre i familiari donne vestite di nero si
scioglievano i capelli coprendosi il volto ed il capo con un grande fazzoletto
nero (6) arrotolato più volte. Esse si lasciavano andare
a pianti e lamenti invocando il loro congiunto, nella vana speranza che questi
potesse tornare in vita: e quando ci si rendeva conto che tutto era inutile,
imprecavano: “Disgrazziaaaa….nostra! Mì murìu pàtrimma “, oppure
a seconda dei casi “màmmama”, “fhràtimma” o chi altri. Le vedove
si coprivano il volto con un velo di crespo nero. Per lungo tempo e, nel caso
di donne anziane, addirittura per tutta la vita (soprattutto se la persona
scomparsa era un figlio, un marito o un fratello).
Gli uomini, invece, se ne stavano in un’altra stanza che spesso era collocata
al piano di sopra (7), portavano la barba lunga fino al trentesimo
giorno e, come segno esteriore di lutto, indossavano camicie con i bottoni
neri, calze nere, e facevano ricamare orli neri persino sulle giacche. A volte
per trenta giorni non si lavavano e non si cambiavano la biancheria intima.
Sempre in segno di lutto, sulla porta di casa veniva posta una striscia di
panno nero che rimaneva appesa per anni.
Dopo la funzione religiosa il feretro, se apparteneva ad famiglia possidente,
veniva posto su una carrozza trainata da cavalli, ( a Sambiase vi erano le
pompe funebri del cav. Enrico Maione mentre ù cavallaru -cocchiere- era un
tale conosciuto Domenico (Micuzzu) Scarfò) ai lati della quale si ponevano
gli amici a tenere i cordoni; talvolta vi era la presenza di complessi bandistici
che suonavano marce funebri (famosa era quella del
maestro Tommaso Buffone). Il più delle volte la salma
era posta su una specie di tavolaccio sorretta manualmente ai lati da stanghe
di legno. A volte la bara era trasportata a spalla, nel caso di personaggi
di una qualche importanza. In occasione dei funerali dei boss o di ricchi
possidenti lo sfarzo era quasi regale.
Gli estimatori d'epoca pronunziavano il discorso funebre sui sacrari delle
chiese declamando le lodi e le virtù del defunto; ivi avveniva anche il commiato
con la tradizionale stretta di mano in segno di cordoglio.
“A stritta d’hi manu alli parianti” avveniva a seconda l’appartenenza della
parrocchia del defunto: se apparteneva alle parrocchia della chiesa
di S. Pancrazio e S.Francesco
di Paola il corteo si avviava per l’estremo saluto in direzione del rione
Braccio; invece se della parrocchia della SS.
Maria del Carmine si avviava in prossimità “d’ù strittu” ovvero
“alla scinduta d’ù Carminu” presso Rione Cafaldo.
Fino agli anni ‘40 era tradizionale e caratteristica nel nostra comunità sambiasina
la processione dei fedeli che il 1°novembre attraversava le vie del paese,
recitando il “miserere”, mentre un uomo suonava un campanello e gridava: “
I muarti d’ha Matrici, i muarti d’Ammaculata…..” Ricordano i nostri anziani
che i rintocchi delle campane della Chiesa
dell’Annunziata annunciavano la morte di un fanciullo.
Nella chiesa dell’Immacolata, posta di fronte all’Annunziata,
su richiesta della famiglia e per i decessi avvenuti fuori dal proprio domicilio,
viene tenuto il lutto.
A tal proposito annotiamo che esiste, presso delle famiglie agiate di Sambiase,
una serie di ritratti post-mortem di fanciulli eseguiti dal pittore
Edoardo Fiore tra il 1855 ed il 1905 recentemente catalogati da
Giovanni Orlando Muraca (8) Seguono alcuni
dei ritratti post-mortem
Francesco
Davoli
Giovanni
Costabile
Pasquale
Matroianni
Rocco
De Grazia
Nel giorno della morte, quale segno di rispetto verso il defunto,
ai familiari in lutto veniva offerto dalla persone più intime (che per l'occorrenza
vestivano anch'essi di nero) del cibo di varia composizione, chiamato in dialetto
sambiasino “ù cùansulu”. Tale consuetudine derivava anche dal credere che nella
casa colpita dalla sventura non si dovesse accendere il fuoco né imbandire mensa
per almeno una settimana.
U cùansulu era il vettovagliamento per le persone colpite dal triste evento,
che in quei giorni non potevano cucinare (forse perché il cucinare era inteso
come momento di allegria ).
Tale cibo era composto da bollito di carne bianca che poteva essere gallina,
gallo oppure di colombo (picciùni); assolutamente non di manzo o altro simile.
Era tradizione che tale vettovagliamento si dovesse portare a tarda notte affinché
i vicini non vedessero, nel senso che era un’azione fatta nascostamente, come
un doveroso gesto di solidarietà verso la famiglia in lutto .
In tempi più recenti molte delle tradizioni qui riportate sono scomparse. Attualmente,
durante la veglia funebre, gli amici inviano latte, caffè e dolci secchi; l'usanza
dell'offerta del banchetto funebre (u cuansulu) é quasi sparita, mentre nei
giorni successivi gli amici e i parenti vanno a fare visita alla famiglia in
lutto portando, il più delle volte, zucchero e caffè (un tempo erano considerati
prodotti pregiati).
Nei paesi della costa ionica reggina invece nella ricorrenza del trigesimo si
usava offrire agli intervenuti dei pani benedetti accompagnati anche da elargizioni
in moneta per i presenti in condizioni di povertà.
Questi doni mortuari, detti còliva, erano in realtà qualcosa di mezzo tra il
pane rituale e il dolce: venivano infatti preparati con un impasto di grano
bollito con farina abbrustolita e con l'aggiunta di zucchero, zibibbo o uva
passa, mandorle ed erbe odorifere; sulla loro superficie veniva tracciata la
lettera alfabetica corrispondente al nome del defunto al centro di una croce
tracciata con lo zucchero.
L'usanza si rifà ai più antichi “pasti funebri” o àgapi fraterne del primo cristianesimo.
Detti doni o còliva mortuari venivano benedetti prima della messa; alla fine
del rito parte rimaneva alla chiesa e parte distribuita ai fedeli presenti.
La sepoltura consisteva in un tumulo di terra con una croce sopra. La salma
( anche oggi) veniva orientata con il volto orientato verso la chiesetta posta
all’interno del cimitero. Era uso comune nella ricorrenza della commemorazione
dei defunti, parlare idealmente col caro estinto, narrare con delle nenie le
sofferenze e il dolore in cui permanevano i vivi. Salvatore
Borelli poeta dialettale sambiasino, recentemente passato a migliore
vita, immortalò con “Unn' era ppi lla mamma chi ciangia” uno di questi
ironici dialoghi :
Unn' era ppi lla mamma chi ciangia (9)
Tutti 'nd'avimu mùarti tantu cari,
'u dùa 'i nuvèmbri jàmu a Ili truvàri;
ìu puru cci hàju jùtu, però 'nu jùarnu avanti,
quand'era lla dumìnica di' Santi.
Macàri 'un ti cci addùni 'n'annu sanu
ma chìllu jùarnu ni 'nd'arricurdàmu.
Làmpadi e candili, rosi e cardinali (10),
gigli e margariti e jùri artifhiciali.
Si sa 1'usànza nostra ch'è cchilla di giràri;
ti fhìarmi ad ogni tomba ppi guardari.
Chistu si chjamava Miscimàrru
cha càtti povariallu di 'nu carru
e cchistu è llu ritràttu 'i mastru Ninu,
tant'anni l'hàju avùtu ppi vicinu.
Cumu nu 'mpantasàtu vai guardandu
e ppassi 'na jurnata caminandu.
Diversi vànu sulu ppi chjatàri,
si cci hànu fhattu 'a làpita
o ancora cci hànu 'i fhari.
'Nd'hàjti vidutu puru agenti chi ciangia!
Cùmu 'na muntagnara ch'è capitata a mmìa.
Sintiti cantalèna chi fhacìa
'sta vecchja muntagnara 'i Buculìa (11):
« Mamma cha le fragùne me facia,
cche còre grànne, mamma, che tenia!
E le grispèlle e quantu farinàta
de tànnu cha 'un me 'a fhàzzu 'na manciàta ».
Fhacìa 'nu chjàntu affrìttu e si sgargiàva
e lli capìlli a manna si tirava.
Dopu 'nu pocu m'hàju avvicinatu:
« A quant'è morta? » cci hàju dumandatu.
« E' morta pocu jùarni dop' 'a guerra,
de tànnu è cruvicàta 'nta 'sta terra.
'E sorde ppe 'na tòmma nun l’avìa
e 'nta 'sta terra tocca puru a mmìa.
Ppe cchìssu chjànciu assàe che m'ammazzèra
e all'àutre mùarte 'a tòmma cce sciullèra.
Vedìannu 'ste cappèlle marmiàte
e nnùe sùtta 'sta terra cundannàte !
Puru de mùarti su' privilagiàti
mu stànu 'nte palàzze e nnùe 'nte scantinàte! ».
E ttantu ppi Ila fhàri rassignàri
'nu pocu m'hàju misu a ragiunari:
« Oh zzi', 'stu lùssu chi vidìti è ssùlu mostra
sinnò su' mùarti cumu 'a mamma vostra.
Si 'a morti ccu Ili sordi s'accattèra
màncu 'nu povarìallu cci ristèra.
Chilla ma un guarda Papi e non rignànti,
ssttrunca Ili passi a ttutti i priputènti ».
'Sta vecchja mi guardava cunsulàta,
ppi ppocu nun m'ha ffàttu 'na risàta.
Ed lu pinzzàva dintr' 'a menti mia:
« 'Unn'era ppi Ila mamma chi ciangìa ! ».
In conclusione l’antropologo Francesco Faeta (12)
nel 1993 fece un vero studio denominato “La
mort en images” la cui ricerca antropologica mette in evidenza
il trasferimento alla fotografia di credenze e di impieghi funerari presenti
in Calabria ed in tutta l'Italia meridionale; in modo particolare la ricerca
ebbe come soggetto l'ideologia popolare della morte, le forme di devozione ad
esse associate, l’architettura funeraria etc.etc..riguardante i cimiteri della
provincia di Catanzaro tra cui quelli di Sambiase, Nicastro,Gizzeria e Falerna.
****
NOTE
1) "Tradizioni e riti della morte" relazione
del 1792 del Galanti :
“ «... in occasione di morte de'congiunti il manto nero colla
barba lunga che prima si portava dagli uomini per 7 o 8 mesi, ora per uno o
due; le donne per 7 o 8 mesi portano la camicia sporca senza mai lavarla. Sussiste
il costume delle vedove di non uscire di casa per un anno o sei mesi circa.
Ciò si pratica anche nella morte dei figli o fratelli. Le donne si strappano
i capelli, de' quali fanno un mucchio nelle mani del morto: uso generale in
Calabria. Si costuma associare i cadaveri (cioè accompagnaree trasportare i
cadaveri in chiesa o nel luogo di seppellimento) da molte donne parenti o amiche
che mostrano il loro duolo con gridi, etc. In Bagnara si lasciano chiuse le
stanze dove esce il cadavere per un anno e si usava di strapparsi vicendevolmente
tra le congiunte i capelli; in altri paesi alla vedova seduta al centro della
stanza o sul gradino del focolare venivano strappati i capelli dalle congiunte,
amiche e vicine tra gridi acuti; nella maggior parte dei paesi il morto veniva
vegliato a porte e finestre sprangate per tre giorni.... Nei funerali delle
persone facoltose vi era invece molto lusso: Si usavano seppellire i cadaveri
in casse foderate di velluto con ricami dorati e le spese dei funerali spesso
ammontavano a 200 e più ducati.... Alcuni arrivavano a tenere chiusa la finestra
per un anno intero. La bassa gente usa portare anche di està ne' lutti un lungo
tabarro nero di arbascio grossissimo e il berretto calato avanti agli occhi.
Anche i galantuomini debbono far passare almeno un mese senza farsi la barba.
Il lutto dei preti è di andare laceri e sporchi.... In alcuni paesi quando muore
il marito nella bassa gente la moglie si mette sotto il camino, quale non si
accende; si piange mentre le altre femmine sono intorno. Si sbarrano le porte
e finestre per tre giorni. La sera poi si stravizza (cioè si stravizia, si gozzoviglia,
si banchetta). Il mangiare si porta da’ più stretti congiunti ... Per la morte
dei ricchi concorrono a piangere tutti i vicini, a' quali poi si dà lauta cena
dal più stretto congiunto del morto per la prima sera e successivamente dagli
altri parenti »”.
1bis) Da una ricerca effettuata su documenti
parrocchiali troviamo come seppelliti nella nuda terra i forestieri, i briganti
o della povera gente che periva fuori dell’abitato;
2) Traslocare, slogiare cambiar di casa;
3) Archivio di Stato di Lamezia Terme,fondo notarile;
4) Già nell'antica Grecia si ricorre, per i funerali, alle
donne specializzate nel piangere, che esaltano, a chiome sciolte, i meriti del
defunto: un rituale che svolgono con voce cupa, spesso tirandosi via dalla capigliatura
vistose ciocche. Nella Roma classica, le lamentatrici hanno una parte importante
nel corteo funebre, dove seguono i portatori di fiaccole levando altissime grida
di dolore alternate alle lodi del defunto. Risale proprio a questa civiltà il
loro nome: infatti il termine "prefica" deriva dal latino "praeficere", ovvero
stare a capo, guidare. In questo caso, guidare il pianto: tanto che lo storico
latino Festo, le definisce "donne chiamate a lamentare il morto che danno alle
altre il ritmo del pianto". Lungo il corteo funebre, seguite da mimi e danzatori,
le prefiche accompagnano la salma;
5) Era una nicchia in pietra a forma ovale con dentro l’immagine
di Santi corredata avvolta dalla foto della persona defunta in quel luogo;
6) Una sorta di sciarpa nera di cotone detta in dialeto sambiasino“randaghiu”;
7) La maggior parte delle case nel centro storico di Sambiase
sono molto strette: “a nu luacu “ (ad un solo vano) e pertanto il defunto per
ragioni di spazio veniva posto nella stanza in pian terreno mentre al piano
di sopra vi era la stanza da letto ed all’ultimo piano la cucina o “u tavulatu”;
8) "Ritratti post mortem" di Giovanni Orlando Muraca è tratto
da : "Un pittore meridionale tra ispirazione religiosa e sguardo antropologico",di
Ottavio Cavalcanti (a cura di), Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (Cz), pp.23-32
;
9) La poesia:“Unn' era ppi lla mamma chi ciangia” è tratta
dal libro “Duci e Amaru”poesie in vernacolo di Salvatore Borelli;
10) Crisantemi;
11) Frazione montana dell'ex comune di Sambiase;
12) Francesco Faeta è nato a Roma nel 1946. Professore ordinario
di Antropologia culturale, insegna attualmente presso l'Università degli Studi
di Messina. Ha svolto un'intensa pratica di ricerca etnografica e antropologica
nel Mezzogiorno d'Italia e, particolarmente, in Calabria e si è occupato specificamente,
dal suo punto di vista disciplinare, di fotografia. Tra le opere principali,
Melissa. Folklore, lotta di classe e modificazioni culturali in una comunità
contadina meridionale, Firenze, 1979, Imago mortis. Simboli e rituali della
morte nella cultura popolare dell'Italia meridionale (in collaborazione con
Marina Malabotti), Roma, 1980, L'architettura popolare in Italia: la Calabria,
Roma-Bari, 1984, Le figure inquiete. Tre saggi sull'immaginario folklorico,
Milano, 1989, Nelle Indie di quaggiù. Fotografie 1970-1995, Milano, 1996, I
viaggi nel Sud di Ernesto de Martino (in collaborazione con Clara Gallini),
Torino, 1999, Il santo e l'aquilone. Per un'antropologia dell'immaginario popolare
nel secolo XX, Palermo, 2000, Strategie dell'occhio. Saggi di etnografia visiva,
Milano, 2003 .
Materiale bibliografico
Piero Leone e Carmelina Audino - Il cielo della vita -
Scuola Media Statale G.Nicotera - Sambiase:casa mia -